La Catechesi Adulti

La presenza di Dio nel desiderio

Esercizi Spirituali di Avvento 2016

Le preghiere di Giacobbe

lunedì 21 novembre - 1° incontro – La presenza di Dio nel desiderio

(Genesi 28,10-22)

[10] Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. [11] Capitò così in un luogo dove passò la notte, perché il sole era tramontato. Prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. [12] Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. [13] Ecco il Signore gli stava davanti e disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. [14] La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra. [15] Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto». [16] Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo». [17] Ebbe timore e disse: «Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo». [18] Alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. [19] E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz. [20] Giacobbe fece questo voto: «Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi, [21]se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio. [22] Questa pietra, che io ho eretta come stele, sarà una casa di Dio; di quanto mi darai io ti offrirò la decima».

L’incontro con Dio è un tema affascinante ma anche pericoloso perché si corre il rischio di fare una teoria staccata dalla vita. Persino nella Bibbia quando gli uomini parlano di Dio fanno una teoria, ne fanno un Dio che agisce dietro le quinte, un agente soprannaturale, provvidente. Ma una cosa è parlare di Dio e un’altra è farne l’esperienza. E la Bibbia, per parlare dell’incontro con Dio, ci presenta delle storie vive.

Fare gli esercizi spirituali vuol dire disporsi ad entrare in un’esperienza di incontro con Dio. Ci accompagnerà la vicenda di Giacobbe che è forse la vicenda più sconvolgente perché terribilmente simile alla nostra.

Il racconto che abbiamo letto ci parla della prima volta che Giacobbe incontra il Signore. Prima di allora non si dice mai che Giacobbe lo abbia incontrato o lo abbia invocato o che abbia parlato di lui. Questo primo incontro avviene in un sogno.

Forse ci stupisce che durante degli esercizi spirituali intitolati “Le preghiere di Giacobbe”, si parli di notte e si parli di sogni. Eppure il primo incontro con Dio di Giacobbe avviene proprio di notte e in sogno. Freud ci ha insegnato che il sogno è la manifestazione mascherata di un desiderio represso o rimosso. Se c’è nella Bibbia un uomo animato e caricato da desiderio e angoscia, questo è Giacobbe. Giacobbe infatti è costantemente preoccupato di assicurarsi il favore altrui, di assicurarsi la fecondità, la pienezza di vita e il possesso della terra. Nel linguaggio della Bibbia tutto questo, in una parola, si chiama benedizione. La benedizione per Giacobbe è un desiderio ossessivo.

Ma chi è Giacobbe? Giacobbe: già il suo nome lo dice è un tipaccio, il suo nome ha la stessa radice della parola “tallone” e anche di un verbo che significa “inseguire” e “assaltare con inganno, con insidia”, potremmo dire “tallonare”. Giacobbe si chiama “tallonatore” o “ingannatore” e così è entrato nel racconto biblico fin dall’inizio. Giacobbe insegue, tallona suo fratello per ottenere la benedizione.

Il concetto di benedizione nella vita dei patriarchi occupa più o meno lo stesso posto che occupa nel mondo di oggi il concetto di successo. Anche per noi il successo è difficilmente afferrabile e non sempre corrisponde all’impegno che uno ci mette per ottenerlo.

Nella Bibbia la benedizione da un lato è una forza di crescita, di espansione che opera nella fecondità e nella ricchezza ma dall’altra è una forza di cui l’uomo non può disporre pienamente e ha a che fare con Dio, ha origine in Dio: è Dio che la dona immettendola nella storia degli uomini e di una famiglia. Però, nello stesso tempo, la benedizione che Dio dona immette chi la riceve in una relazione con Dio.

Quando Abraham, nel capitolo 12 del libro della Genesi, per la prima volta incontrò il Signore, quella benedizione che gli era stata promessa e che ha ricevuto, lo ha aiutato ad uscire dalla sua casa e da un sistema chiuso di relazioni e lo ha fatto entrare in una nuova relazione con Dio.

Strettamente legata al diffondersi nella vita, la benedizione si trasmette di generazione in generazione ed è legata al diritto di primogenitura che è un diritto/privilegio fondamentale dell’umanità, un diritto caratteristico delle società agricole che si è perso nelle società industrializzate. Praticamente il concetto è questo: affinché la forza del padre possa trasmettersi integralmente nelle generazioni successive è necessario che venga trasmessa indivisa a uno solo e questo è il primogenito: solo lui può essere l’erede.

Giacobbe però non è il primogenito, è un gemello ma è nato per secondo. La sua intraprendenza, però, il suo desiderio di avere un posto nel mondo, si scontrano con la dura realtà data dalle convenzioni patriarcali. Giacobbe non ha diritto a tutto quello che desidera, inoltre una realtà così dura diventa ancora più dura se chi ne ha diritto, cioè suo fratello Esaù, sembra non interessarsi assolutamente a questo bene che gli è posto come eredità.

Ad Esaù non importa molto né della benedizione né della primogenitura, così ad un certo punto della sua vita, con la complicità della madre, Giacobbe riesce a ottenere quella benedizione che desidera dal padre ma ingannandolo e questa frode diventa la causa per cui deve fuggire. Giacobbe, dunque, è benedetto, la benedizione è efficacemente trasmessa ma, nello stesso tempo, Giacobbe è un ladro di benedizione.

Il nostro brano si colloca proprio nel momento in cui Giacobbe fugge. E’ la prima notte di fuga, quella che fa lo stacco con la vita precedente.

Il brano può essere suddiviso in due parti. La prima parte, fino al versetto 15, ci parla del sogno, dalla preparazione al dormire fino a quando Giacobbe conclude il sogno. La seconda parte, dal versetto 16 al versetto 22, ci parla del risveglio, che sarà in tre tappe, un risveglio nel quale Giacobbe diventa consapevole di quanto ha vissuto.

Leggiamo la prima parte.

Al versetto 11 ci viene detto che Giacobbe “capitò” in un luogo. Questo verbo viene utilizzato solitamente nella Bibbia per indicare l’imbattersi nelle persone, non nei luoghi e quindi pone l’accento sugli aspetti relazionali, non geografici, indica l’avvicinarsi e indica anche uno stato d’animo. Di solito quando ci si imbatte in qualcosa questo qualcosa è sempre minaccioso. Questo verbo ci fa comprendere che in questa sua fuga Giacobbe si sente minacciato ed è angosciato e si prepara per la notte.

Il sole tramonta. Giacobbe prende una pietra. Una pietra da una parte è un ostacolo protettore, serve per proteggere dagli animali ma serve anche per proteggere dai demoni notturni, dall’altra, nella storia di Giacobbe, la pietra sottolinea la sua caratteristica di essere uno che si scontra sempre con gli ostacoli, è un lottatore. Come approccio alla vita Giacobbe affronta gli ostacoli e ha sempre in mano, nei racconti della Genesi, delle pietre da spostare. Qui, però, la pietra viene messa per terra per appoggiarci la testa. E’come se la pietra rappresentasse il pesante passato di Giacobbe che viene deposto, ma nello stesso tempo questo passato è l’unica cosa su cui Giacobbe può contare, l’unica cosa che ha, ma lo fa rimanere sdraiato, potremmo dire, prostrato.

Col versetto 12 inizia il sogno.

Nella Bibbia il sogno è una realtà ambigua. Da una parte il sogno è rivelazione. Nella Genesi abbiamo il sogno con cui Dio rivela ad Abimelec che Sara non è sorella di Abramo. Abbiamo il sogno di Salomone. Nel Nuovo Testamento tutti ricordiamo che per Giuseppe, lo sposo di Maria, il sogno era un modo abituale per ricevere le rivelazioni di Dio. Quindi da una parte il sogno è rivelazione, dall’altra il sogno può anche venire, come dice Qoelet, dalle preoccupazioni (“Dalle molte preoccupazioni vengono i sogni e può produrre illusioni”). Il Siracide dice poi che i sogni danno le ali a chi è privo di senno. Quindi il sogno di per sé è una realtà che può essere positiva (rivelazione) ma può anche essere negativa (illusione).

L’inizio del sogno viene sottolineato dall’espressione “ed ecco”. Ma vi suggerirei di aggiungere un “ed ecco” che manca. Nel testo ebraico quest’espressione la troviamo tre volte non due come nella traduzione che abbiamo sotto gli occhi.

[12] Fece un sogno: ed ecco, una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. [13] Ed ecco il Signore gli stava davanti e disse:

Questo ed ecco non è qualche cosa di accessorio ma fa parte, del modo in cui i racconti biblici esprimono il loro significato, della fenomenologia del sogno. Nella lingua ebraica indica il passaggio dal punto di vista del narratore che sta raccontando, al punto di vista di Giacobbe. Noi vediamo quello che Giacobbe vede e ora spiegandolo, potremmo dire che leggiamo “in chiaro” quello che Giacobbe doveva poi decifrare al risveglio. Noi leggiamo il suo sogno e già comprendiamo cosa significa.

“Ed ecco una scala poggiava sulla terra”. Questa scala, al di là delle raffigurazioni pittoriche di Chagall, in realtà è l’archetipo della Zigurat cioè la parola con cui viene indicata la Torre di Babilonia. Potremmo dire che questo sogno di Giacobbe è un’eco del progetto di Babele, cioè di “farsi un nome”, ma potrebbe anche essere una trasformazione di questo progetto.

Giacobbe ha un desiderio ed è quello di costruire la propria vita, ma questo desiderio è qualcosa che inizia e muore con Giacobbe?

Passiamo al secondo ed ecco: “ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. Questa indicazione degli angeli sembrerebbe una trasformazione del motivo della Torre di Babilonia, dove il desiderio di farsi un nome, partiva dal basso e andava verso l’alto. Sembra una trasformazione perché la Zigurat che Giacobbe ha davanti viene percorsa in due direzioni. Ci sono gli angeli che salgono e che poi scendono. Gli angeli sono i messaggeri di Dio, sono coloro che mettono in comunicazione con Dio: vuol dire che la comunicazione parte da Giacobbe, dal suo desiderio, dalla sua angoscia però trova risposta dall’alto e questa risposta è rappresentata dalla discesa degli angeli. Giacobbe porta il suo desiderio a Dio e dall’alto scende una risposta.

Il terzo ed ecco: “ed ecco il Signore gli stava davanti”, o meglio, potremmo tradurre sopra di lui, o di essa, la Zigurat, perché in ebraico la scala è maschile per cui potrebbe essere riferito ad entrambi. Quindi o il Signore è in cima alla scala, o accanto a Giacobbe. In ogni caso sappiamo che il Signore è presente ed è lì, o proprio accanto a Giacobbe o in cima a quella scala che rappresenta il desiderio di Giacobbe.

“E disse”, siamo sempre al versetto 13. Il Signore si mette a parlare. Questo discorso è nel sogno di Giacobbe ma nello stesso tempo lo trascende, non è un desiderio o un discorso dettato solo dal desiderio di Giacobbe. Questo è un discorso che viene direttamente da Dio. Infatti dopo i tre ed ecco, che hanno indicato ciò che Giacobbe vede, ora abbiamo e disse. Questo è un segnale tecnico, nel racconto biblico fa capire che quello che viene raccontato viene dalla voce del narratore. Se fosse stata una parte del sogno, immersa nella visione di Giacobbe, non avremmo avuto questo e disse. Con e disse quindi ci viene detto che è proprio Dio che parla. Nel sogno di Giacobbe c’è Dio che parla.

Dio parte dal desiderio di Giacobbe, anzi potremmo dire che raggiunge persino il desiderio inconfessato di Giacobbe, lo allarga, lo converte e lo fa entrare in un progetto che lo supera.

Qual è il contenuto di queste parole di Dio? Le abbiamo scritte in corsivo. Sostanzialmente il contenuto è questo: la terra dove stai è per te e per la tua discendenza. La tua discendenza sarà numerosa. Tu sarai portatore di benedizione e io sarò con te.

L’iniziativa umana di Giacobbe che aveva rubato la benedizione, quindi, viene sancita da Dio che usa l’angoscia di Giacobbe e il suo desiderio per iscriverlo in un progetto che va oltre e che supera la sua storia personale, infatti si parla anche della sua discendenza. Quella elezione, che era stata data ad Abramo con tutte le promesse, ora è rivolta a Giacobbe. Quando Giacobbe si sveglia si rende conto pian piano di quanto è successo.

I versetti 16 e 17 sono ambientati ancora di notte e ci dicono che Giacobbe riconosce quello che è accaduto. Si tratta di una presa di coscienza, come se Giacobbe dicesse: “il Signore mi aspettava proprio qui. Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo. Ci sono capitato per caso, ma il Signore mi aspettava proprio qui”. E quindi c’è lo stupore che prende Giacobbe ma anche la percezione della presenza di Dio, il timore.

Le altre due tappe avvengono alla mattina.

Alla mattina, versetti 18 e19, prima tappa. Giacobbe esprime quello che per lui significa il sogno. Noi l’abbiamo letto ma Giacobbe ci dice quello che lui ha compreso del sogno e materializza il sogno: prende la pietra che aveva posto come guanciale e la mette in piedi come una stele e poi la unge con olio. Giacobbe praticamente riutilizza la pietra sulla quale ha dormito e la erge come stele. La pietra diventa un monumento dell’incontro con Dio o forse anche il primo gradino per la realizzazione di quel sogno/desiderio che anima Giacobbe.

Con il gesto di innalzare la pietra, quindi di cambiare direzione da orizzontale a verticale, Giacobbe imprime una nuova direzione alla sua vita, al suo passato. Ha scoperto che lì, in quella vita e in quel passato, c’è il Signore e ha scoperto che lo può incontrare non nonostante quello che ha fatto, ma proprio dentro di esso.

Il termine stele, che viene utilizzato, ha la stessa radice di un verbo che al versetto 13 veniva utilizzato per descrivere lo “stare” di Dio, e diventa così il segno dell’esperienza di Dio che sta accanto a Giacobbe. Giacobbe ha scoperto che nel suo desiderio c’è Dio e questo diventa un punto fermo della sua vita.

I versetti dal 20 al 22, sono l’ultima tappa di questo processo di risveglio. Ormai Giacobbe è pienamente sveglio e il suo carattere intraprendente torna subito a galla. Non è più immerso nell’esperienza, ci sta ripensando. (C’è differenza tra il momento in cui si incontra il Signore è il momento successivo quando si è tutti infervorati.) In questo momento Giacobbe ritocca e riformula le parole di Dio, le ricorda ma le cambia. La parola di Dio partiva con una assicurazione di protezione come era stato per Abramo e per Isacco: “io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco”. Le parole che Giacobbe ricorda vengono cambiate e tutto diventa condizionale: “se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi…”. Il Signore aveva assicurato la sua presenza e il suo aiuto. Ora Giacobbe aggiunge i suoi bisogni attuali: pane e vestiti. Dio gli aveva assicurato il ritorno, Giacobbe ora aggiunge in pace. Se ritornerò sano e salvo letteralmente: in pace.

Sembra che Giacobbe dica: solo sotto queste condizioni il Signore sarà per lui Dio. Dio non aveva messo condizioni, aveva assicurato senza condizioni la sua presenza: “io sarò con te”. Giacobbe invece mette delle condizioni.

Anche il gioco di parole che Giacobbe fa, in realtà, è preso dalla parola di Dio. Giacobbe ha solo spostato delle parole. Infatti il Signore dice: “non ti abbandonerò senza aver fatto quello che ti ho detto” e questo senza si dice nello stesso modo con cui Giacobbe dice se. Quindi, di fatto, Giacobbe sposta una parola in modo da sottomettere Dio alle proprie intenzioni.

Giacobbe non mette in dubbio la parola di Dio ma è come se dicesse: “tu dici che mi proteggerai. Bene. Allora fissiamo dettagliatamente i particolari dell’accordo”. Giacobbe vuole delle prove sulle intenzioni di Dio e le prove consistono nella realizzazione delle promesse, soprattutto quelle che riguardano il futuro prossimo, quelle più verificabili. Diciamo che Giacobbe forza la mano a Dio ma, di fatto, in questo modo entra così come è, con le sue caratteristiche, nella relazione che gli è offerta. Giacobbe osa, mette davanti a Dio le sue richieste.

Questo incontro cambia Giacobbe. Giacobbe lascia aperto il suo futuro a una relazione con Dio. Anche se vuole delle garanzie, di fatto si affida, si fida di una parola di un altro sul quale, nonostante il suo desiderio, non ha, tutto sommato, presa.

Questa è la storia del primo incontro di Giacobbe con Dio, della prima volta in cui Giacobbe sente la voce di Dio ed entra in qualche modo in dialogo con lui.

Raccolgo ora due idee dalla storia di Giacobbe per aiutare anche il nostro incontro con Dio.

  • La prima idea è quella che ho già sottolineato. Giacobbe ha un grande desiderio. Abbiamo capito che questo desiderio è la benedizione, un desiderio abbastanza mondano. Eppure Dio lo afferra proprio a partire da quel desiderio. Ogni uomo ha dei desideri ed è mantenuto dal movimento dai desideri. Spesso, però, il desiderio nella vita spirituale è guardato con sospetto, mentre in realtà è il motore della vita spirituale. L’uomo desidera anzi “è desiderio” perché è creato da un Altro ed è attirato da questo Altro anche quando lo ignora e questa aspettativa, questo desiderio che attrae viene condiviso da tutta la creazione. La lettera ai Romani dice: “L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio e sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre per le doglie del parto fino ad oggi”. Quindi c’è un grande desiderio che anima anche la creazione.
  • La pietra che Giacobbe mette in piedi esprime in maniera plastica quella operazione spirituale che corrisponde all’aggiornamento del proprio desiderio fondamentale, cioè quel passaggio che per sant’Ignazio è stato il passaggio dal desiderio di servire una dama di sangue nobile al desiderio di seguire un re crocifisso.
  • Lo strumento che favorisce questo cambio di direzione del desiderio, che però lo porta a compimento, è la preghiera e, all’interno della preghiera, è la richiesta di grazia. Forse non siamo abituati a chiederla o forse sì, ma la richiesta di grazia nella preghiera equivale a presentare al Signore il proprio desiderio, a chiedere quello che si desidera e spesso di desideri uno ne ha tanti. Perciò, entrando in preghiera, la prima cosa da fare è prendere consapevolezza dei desideri, dare loro un nome.
    • Questo aiuta prima di tutto ad averne coscienza. Anche Gesù nel Vangelo, in quasi tutti i suoi incontri, chiede “che cosa cerchi, che cosa vuoi che io ti faccia?” E a volte corregge i desideri.
    • Il secondo motivo è per ricordarsi che non tutto dipende da noi. Cioè, nonostante tutti i nostri sforzi, non siamo noi a darci la capacità di fare esperienza della volontà di Dio, di fare esperienza della sua volontà, di sentire come il Signore lavora dentro di noi, di sentire che il Signore abita nel mio desiderio, di avere accoglienza, umiltà, compassione. Ovviamente si tratta di grazia spirituali.
    • Il terzo motivo è che chiedere mi rende bisognosa. Potrei anche non essere esaudita oppure potrei essere esaudita in un modo che non mi aspetto. Certo se non presento al Signore i miei desideri non lo saprò mai.
    • Questa sera vi suggerisco di chiedere una grazia e vi propongo di chiedere la grazia di sentire il vostro desiderio profondo. Poi, può anche cambiare ma via via che il desiderio si unifica ci accorgeremo che quanto noi desideriamo e chiediamo, qui, adesso, pian piano corrisponde sempre più a quello che il Signore stesso vuol darci. È lui che suscita con il suo Spirito dei desideri perché noi ne possiamo prendere coscienza e, di desiderio in desiderio, ci fa camminare con l’assicurazione che ha dato a Giacobbe: “Io sarò con te”.