La speranza virtù cristiana

CATECHESI 2016-17

La Speranza

giovedì 27 ottobre - 2° incontro – La speranza virtù cristiana

La volta scorsa abbiamo proposto qualche considerazione sulla speranza come virtù umana, una virtù che precede l’esperienza cristiana, e abbiamo sommariamente diviso questa virtù umana in tre categorie: speranze futili, speranze importanti e speranze profonde. Abbiamo visto come il significato sostanziale di questa esperienza umana viene dal desiderio di vivere, d a una potenza del vivere, dell’esistere che si confronta anche con le difficoltà del vivere e con le fatiche. La speranza abita là dove il bene non è pieno, dove la vita è contrassegnata da ostacoli e da fatiche.
Una delle dimensioni della speranza, cioè, è quella del futuro, un futuro misurato dall’incertezza e anche dal timore.
La Speranza profonda quella con la “esse” maiuscola, è la speranza che ha a che fare con il compimento dell’esistenza, con la pienezza della vita. Da questo punto di vista si può dire che ognuno di noi vive questo tipo di Speranza.
Vivere con speranza dipende anche dalla propria personalità. Infatti ci sono delle personalità più inclini ad essere piene di speranza cioè positive e ci sono persone più inclini al pessimismo e all’assenza di speranza.

Questa sera ci poniamo l’interrogativo: quale può essere il significato della speranza cristiana?
La speranza cristiana viene chiamata virtù teologale insieme alla fede e alla carità e tutte e tre insieme costituiscono un unicum inscindibile e cercheremo di capire il perché.
Definendole come virtù teologali affermiamo che fanno parte del cammino, dell’impegno e della vita di ogni credente, ma, d’altra parte, sono anche l’esperienza di un dono ricevuto, gratuito, un qualche cosa che va chiesto nella preghiera.
E allora un’altra domanda: qual è il senso profondo della speranza dal punto di vista del Vangelo? Innanzitutto il fatto che la speranza stia insieme alla fede, non è semplicemente una giustapposizione, un accostamento, ma dice anzitutto che la speranza ha a che fare con la fede, è radicata nella fede.
Leggiamo San Paolo: 2a lettera a Timoteo cap. 1°, 12-13: “12E' questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno. 13Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità”. Cioè, San Paolo, pure dentro l’esperienza della sofferenza, riafferma con forza il suo credo, la sua convinzione che si esprime nella speranza: “son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno”.
La speranza, dunque, si radica nella fede. Nei Vangeli il termine che designa la speranza ha poca rilevanza, perché la salvezza annunciata dal Vangelo è una salvezza del tempo presente, “il regno di Dio è qui, il regno di Dio è in mezzo a voi”, dirà Gesù, “il tempo è venuto”. E dunque al cristiano non resta che attendere il ritorno del Signore.
È il ritorno cercato, voluto, sperato che si condensa in quella parola che troveremo nell’avvento: “Marana tha”, “vieni Signore Gesù”, che è anche l’ultima parola della Bibbia, alla conclusione dell’Apocalisse: 20Colui che attesta queste cose dice: "Sì, verrò presto!". Amen. Vieni, Signore Gesù. 21La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!
Così si conclude la Bibbia. Questo significa che il senso vero di tutto si concentra in questa attesa, perché l’essenziale è già capitato.
Così San Paolo stesso riprende questa idea: 1 Cor. 16, 20: “Marana tha: vieni, o Signore! 23La grazia del Signore Gesù sia con voi. 24Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù!
Questa parola, in un certo senso, spiega il senso della speranza cristiana, che è molto diverso dalla speranza umana. Questa espressione dice che la speranza è un’attesa dentro una sicurezza e la sicurezza è quella della venuta del Signore, del suo passaggio, che è già avvenuto in mezzo a noi, in mezzo all’umanità.
L’idea dell’attesa dentro una sicurezza, che abbiamo visto nel brano della lettera a Timoteo, è anche dentro a uno dei quattro verbi con cui in ebraico si dice “sperare”. Uno di questi verbi è infatti anche un sostantivo che designa la corda con cui i muratori si assicuravano per fare i lavori pericolosi stando a una certa altezza dal suolo.
Nel linguaggio ebraico cristiano, quindi, la speranza non è soltanto una virtù o un desiderio ma corrisponde all’essere legati con una corda forte a qualcuno che ci dà sicurezza mentre siamo in una posizione precaria e rischiosa.

Per questo, nella fede in cui si radica, la speranza diventa pratica di vita nella perseveranza.
Sappiamo tutti quanto la perseveranza sia difficile quando sperimentiamo una delusione, una difficoltà. Perseverare non è facile. Ma la perseveranza è la prima espressione vissuta della speranza.
Così si esprime San Paolo nella lettera ai Romani, cap.8, 24-26 “24Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? 25Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. 26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili”.
Ritroviamo qui un tema ripreso da Papa Benedetto nella lettera enciclica “Spe salvi” su cui fra poco ci soffermeremo.
Il tema della perseveranza, che è un’attesa di ciò che speriamo nella costanza, lo ritroviamo ancora in San Paolo che precisa come declinare la speranza. Rom, 12, 11: “12Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, 13solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell'ospitalità. ……… Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. 16Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri.
Per questo San Tommaso può dire che la speranza presuppone la fede e al tempo stesso la manifesta.
La speranza che viene dalla fede diventa una “passione per ciò che è possibile” (Kierkegaard, filosofo cristiano), anche se non è ancora realizzato e visibile.
Questo intreccio è descritto in maniera ancora più precisa in un altro brano dell’autore della lettera agli ebrei. Eb.11, 1: “1La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.” In greco la parola fondamento può anche essere tradotta col termine “sostanza” per cui si può leggere: “la fede è sostanza delle cose che si sperano.” Su queste parole ha meditato l’enciclica di Papa Benedetto.
Il termine “hypostasis” tradotto come sostanza o fondamento dice quindi che nella fede, come in un germe, in un seme vivo, in sostanza sono già presenti in noi le cose che si sperano, il tutto della vita, la vita vera. Ma se questa sorta di intuizione, di percezione, di nostalgia è già presente, essa crea la speranza che questa convinzione e verità sarà portata a compimento e dunque diventa prova delle cose che ancora non si vedono.
La fede, attraverso la speranza, attira il futuro nel presente. Il futuro perciò cessa di essere, per i credenti, un semplice “non ancora”, ma diventa in qualche modo un “qui”, nel mio oggi.
Il legame tra la fede e la speranza proietta il presente nel futuro e porta il futuro nel presente.
Questo concetto viene ripreso ancora nella lettera Ebrei al capitolo 10: “32Richiamate alla memoria quei primi giorni nei quali, dopo essere stati illuminati, avete dovuto sopportare una grande e penosa lotta, 33ora esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. 34Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di esser spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi. 35Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. 36Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa.
Qui l’apostolo confronta le sostanze materiali, con le sostanze migliori e più durature. L’apostolo confronta queste due sostanze, la sostanza materiale che sostenta il vivere e quella che viene dalla fede che è la sostanza delle cose sperate.
Nella fede il cristiano percepisce piano piano che ciò che sostenta veramente la vita non sono le sostanze materiali, che non bastano, ma una sostanza più grande dalla quale scaturisce una speranza di vita piena.
Perciò “vivere la speranza” significa vivere autenticamente la vita normale, quotidiana ma facendo un passaggio importante: da un lato relativizza le sostanze materiali, le usa ma non se ne sente così attaccato e vincolato, non le assolutizza, e dall’altro fa crescere la sostanza che sostenta la vita. Questa sostanza deriva dalla fede che è quella dell’incontro con il Signore Gesù, che fa parte della speranza del compimento che viene dalla promessa del Signore: “……dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa.
La fede è certezza ma si trasforma anche in speranza di un compimento. Infatti la certezza in cui noi viviamo oggi è una certezza in germe, che noi percepiamo, alla quale abbiamo aderito per la fede. In questo senso si capisce che questo intreccio tra fede e speranza dice una pienezza della vita cristiana che parte dal presente e si proietta nel futuro.

Prima di parlare del futuro facciamo ancora qualche passo Se le cose stanno così il messaggio evangelico non è soltanto una buona parola, una buona notizia, ma una comunicazione che produce dei fatti e che può cambiare la vita.
San Paolo nella lettera agli Efesini 2,12; “12ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo.” dice che prima di incontrare Gesù erano gente senza speranza, oppure al tempo stesso esorta i cristiani di Tessalonica a non affliggersi: 1Ts 4,13: “13Non vogliamo poi lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. 14Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui.
In questo senso allora il cristianesimo non è soltanto una buona notizia, ma è una comunicazione che può cambiare la vita. Il Papa fa l’esempio di madre Giuseppina Bakita, la quale, schiava, in un percorso molto particolare arriva ad avere una grande speranza: “io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada io sono attesa da questo amore”.
Un altro esempio di una esperienza di fede che insieme alla speranza genera una nuova vita, è quello che troviamo nel famosissimo biglietto, perché è una lettera molto breve che preferisco chiamare biglietto, scritto da San Paolo a un suo amico di nome Filemone. Mentre era prigioniero a Roma, Paolo conosce uno schiavo di nome Onesimo che diventa cristiano, lo aiuta e lo sostiene nella prigionia. Onesimo ha un padrone, Filemone, amico si San Paolo. Ora Paolo rimanda Onesimo a Filemone pregandolo di accoglierlo e di trattarlo come un fratello carissimo. Questo per dire come l’esperienza della fede possa produrre dei cambiamenti radicali nella vita.

Torniamo al tema del futuro e cioè della speranza che intrecciata alla fede genera una vita nuova. Qual è questa vita nuova proiettata nel futuro?
Ci rifacciamo all’enciclica di Papa Benedetto “Spe salvi” dove il Papa riprende le domande che si facevano un tempo nel rito del Battesimo. Il sacerdote chiedeva innanzitutto quale nome si voleva dare il bambino e che cosa si chiedeva alla Chiesa: la fede. E che cosa dona la fede: la vita eterna.
Noi identifichiamo con “la vita eterna” quel senso del futuro che caratterizza l’evoluzione del nostro vivere.
Il Papa domanda “ noi vogliamo davvero vivere eternamente?” e risponde “per alcuni versi sì. Tante volte, però, molte persone rifiutano la fede perché la vita eterna per loro non sembra così desiderabile, non vogliono la vita eterna, ma quella presente. Continuare a vivere in eterno, senza fine sembra più una condanna che un dono, vivere sempre senza un termine può essere noioso e alla fine insopportabile.”
Allora che cosa vogliamo veramente? Che cosa è in realtà la vita? Che cosa significa eternità? A questo proposito il papa cita Sant’Agostino: “in fondo vogliamo una sola cosa, la vita beata, la vita che è semplicemente felicità,……. guardando meglio non sappiamo che cosa desideriamo, non conosciamo per nulla questa realtà, non la raggiungiamo mai,…… Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare (Rom, 8). Non conosciamo questa vera vita e tuttavia sappiamo che deve esistere un qualcosa, verso il quale ci sentiamo spinti, questa cosa ignota è la vera speranza. (Spe salvi, paragrafi 10-11-12).
Così conclude il Papa: “Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (16,22).