La preghiera di Gesù in Luca (2)

CATECHESI 2016-17

La preghiera

giovedì 2 febbraio - 5° incontro – La preghiera di Gesù in Luca

Riprendiamo per sommi capi quello che ci siamo detti la volta scorsa. Abbiamo meditato sul fatto che, come raccontano i Vangeli e in particolare il Vangelo di Luca, Gesù prega. Nel suo pregare noi troviamo anzitutto la fondamentale motivazione della nostra preghiera che possiamo considerare una obbedienza a ciò che lui ha fatto per primo. Allo tempo stesso troviamo in Gesù il prototipo della preghiera e dell’orante per i cristiani.

Dal momento che quasi sempre la descrizione di Luca è molto scarna, per leggere la preghiera di Gesù abbiamo usato come punto di riferimento il contesto in cui la preghiera avviene, un contesto che è sempre molto preciso.

Abbiamo visto i primi quattro contesti di preghiera:

  • 1° capitolo: Gesù viene smarrito e ritrovato nel tempio. La sua risposta ai genitori stupiti e sconcertati “non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio” ci fa capire che la prima cosa di cui ci si deve occupare è la preghiera, la relazione particolare con il Padre, l’ora et labora di cui parla San Benedetto, su cui costruirà il senso e l’armonia delle comunità monastiche in Europa.
  • 3° capitolo: il secondo riferimento alla preghiera lo troviamo durante il battesimo di Gesù che rappresenta un momento di autocoscienza di Gesù, la presa di coscienza del suo essere figlio di Dio. Una voce scende dal cielo e si rivolge a Gesù in prima persona dicendo: «Tu sei il mio figlio prediletto» quasi a esprimere un annuncio, una Epifania, una manifestazione. La preghiera anche per noi costituisce una presa di coscienza di ciò che siamo e di qual è il nostro posto nel disegno di Dio.
  • 4° capitolo: la preghiera al termine della giornata di Cafarnao. La gente lo cerca per le sue capacità taumaturgiche ma Gesù, dopo aver pregato, risponde in maniera quasi brusca: «Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato» e se ne va. Questo ci aiuta a cogliere nella nostra preghiera il senso del nostro stesso andare. Anche la nostra vita è un camminare, una dinamica continua del vivere che è un incontrare e lasciare… Questo dovrebbe metterci al riparo dalla tentazione di attaccarci alle cose o alle persone o anche ci mette al riparo dal senso di estraneazione per cui siamo sempre altrove. Questa preghiera illumina.
  • 5° capitolo: Gesù prega dopo un primo grande momento di contestazione quando, nel guarire l’uomo paralitico, gli perdona i peccati. Come c’è un grande successo per il miracolo, così l’assoluzione dai peccati è considerata una bestemmia: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?» La preghiera si colloca quindi in un contesto in cui Gesù è chiamato a dimostrare che i suoi gesti sono segno di qualcos’altro, di qualcosa di più grande che, in questo caso, è la misericordia del Padre. Questo diventa per noi un invito a cogliere che la nostra vita è segno di qualcos’altro, a cogliere la presenza della misericordia di Dio.

Continuiamo adesso la nostra riflessione.

  • Il successivo momento lo troviamo al capitolo 6°. La citazione della preghiera è qui molto particolare. “12In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione.” Qui non c’è solo un accenno al fatto che Gesù pregava ma ci viene detto anche che c’è un luogo della preghiera, c’è un tempo della preghiera, c’è una condizione che è quella di andarsene sulla montagna, lontano, fuori dalla realtà quotidiana. Sappiamo inoltre che in questo caso la preghiera avviene dopo alcuni episodi di contestazione relativi a permessi o miracoli avvenuti in giorno di sabato: “1Un giorno di sabato passava attraverso campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. 2Alcuni farisei dissero: «Perché fate ciò che non è permesso di sabato?»”
    6Un altro sabato egli entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. Ora c'era là un uomo, che aveva la mano destra inaridita. 7Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva di sabato, allo scopo di trovare un capo di accusa contro di lui. 8Ma Gesù era a conoscenza dei loro pensieri e disse all'uomo che aveva la mano inaridita: «Alzati e mettiti nel mezzo!». L'uomo, alzatosi, si mise nel punto indicato. 9Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: E' lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla?». 10E volgendo tutt'intorno lo sguardo su di loro, disse all'uomo: «Stendi la mano!». Egli lo fece e la mano guarì. Anche in questo caso le contestazioni sono molto aspre tanto che la guarigione dell’uomo con la mano inaridita si conclude con un atteggiamento molto negativo: 11Ma essi furono pieni di rabbia e discutevano fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù. Siamo in un momento di insuccesso. Fino a questo punto Gesù ha vissuto il suo ministero in maniera quasi solitaria salvo alcuni momenti di incontro con alcuni discepoli. Siamo giunti a un momento di passaggio, scandito dalla preghiera, a cui segue una decisione importantissima che segnerà tutto il Vangelo, infatti: “Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. 13Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli.” La preghiera di Gesù precede la chiamata dei dodici. È una sorta di risposta alla crisi che conclude la prima parte del ministero in Galilea. Il Vangelo fino a questo punto parlava già di qualche discepolo ma, sia per la menzione delle persone, che arrivano al massimo a cinque, sia per la genericità del riferimento, mostra che Gesù fino a questo punto vive la sua esperienza in mezzo alla gente in maniera diremmo quasi casuale. Solo a questo punto sceglie i dodici. È evidente che il numero dodici è per il popolo ebraico assolutamente pregnante ed evocativo, perché richiamava le dodici tribù di Giacobbe, le tribù fondative del popolo di Israele che si era stanziato in Palestina. Scegliere dodici apostoli aveva un chiarissimo significato provocatorio e di contrapposizione perché in quei dodici era prefigurato il nuovo popolo di Israele.
    Notiamo che i dodici vengono chiamati tutti per nome: 14Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, 16Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.” compreso Giuda Iscariota, che sarà il traditore. I dodici staranno sempre con Gesù. Nessuno di essi sarà mandato via, mai, tranne il noto episodio di Pietro, quando dice “queste cose non accadranno mai” e Gesù gli risponde “Vade retro Satana” (che poi non è una cacciata, ma significa “vai dietro di me perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini”). Gesù non allontanerà mai nessuno di quelli che ha scelto. Rimarranno tutti fino alla fine, compreso Giuda, nel suo percorso e nel suo destino.
    La decisione di Gesù diventa una sorta di provocazione per Israele e ci fa pensare alla dimensione comunitaria della nostra preghiera. La preghiera di Gesù apre alla costituzione della comunità, perché sappiamo che su quei dodici si edificherà la Chiesa. Questa piccola citazione invita noi, che tante volte viviamo la preghiera come un rifugio personale di fronte alle difficoltà dell’incontro con gli altri, a scoprire quanto la vita cristiana e la preghiera siano profondamente radicati nel mistero della comunità, al punto che, da questa preghiera, nasce la prima comunità. Mi verrebbe da dire: quando siamo stanchi della comunità, quando viviamo l’esperienza ecclesiale come una fatica o un peso, forse quello è il momento di pregare come Gesù sul monte, per una notte, perché lì ritroviamo la forza e il desiderio di stare in comunità, possiamo recuperare il senso anche comunitario della preghiera.
  • Al capitolo 9° troviamo un’altra citazione. E’ il capitolo della moltiplicazione dei pani, nel quale Gesù tenta di coinvolgere i discepoli: «Dategli voi stessi da mangiare» ma i discepoli rispondono che non hanno niente, se non ci pensa lui… Gesù allora farà il miracolo. Dopo questo episodio viene segnalata ancora la preghiera del Signore: “18Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». Questa domanda mi fa pensare che Gesù per un momento forse si sia sentito solo, carico di responsabilità, sovraccarico di cose da fare, persone da incontrare, bisogna dar loro da mangiare, nessuno ci pensa. Allora, sembra quasi una debolezza, nel senso buono del termine, Gesù pone questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?» Sembra quasi che Gesù cerchi in questa domanda una rassicurazione, che qualcuno cominci a capire qualcosa. Come se domandasse: “Quello che stiamo facendo la gente lo capisce? O non capisce niente?” La risposta è francamente sconfortante: 19Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». Cioè, non hanno capito niente. Allora la domanda diventa ancora più incalzante: “20Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». Dalla risposta di Pietro possiamo capire lo stato d’animo di Gesù e cioè qual era la sua aspettativa, dove voleva arrivare. Pietro dà la risposta: “Tu sei il Cristo di Dio” e allora Gesù, come contro risposta dà un ordine sorprendente: 21Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.” Perché? Perché, dirà, “il Cristo dovrà partire ed essere riprovato dagli anziani, morire e il terzo giorno resuscitare”. Allora forse si potrà capire. In un certo senso questa domanda di Gesù fa molto pensare alla sua umanità, perché anche quando ha appurato che uno ha capito, risponde: “non ditelo a nessuno”. Ci chiediamo a cosa sia servita tutta questa discussione. Forse semplicemente Gesù in questo momento ha vissuto un momento in cui aveva bisogno di sentire che qualcuno aveva capito, che qualcuno aveva accolto, pur sapendo esattamente qual era il percorso che lo aspettava. Questo mi fa pensare al fatto che anche noi alle volte sappiamo bene dove sta andando la nostra vita, eppure abbiamo bisogno di sentircele dire, non perché non le sappiamo ma perché c’è l’esigenza interiore, il desiderio che qualcuno ci dica “ecco sei tu, non sei chissà chi, tu sei importante”. Capita anche che in certi momenti abbiamo bisogno di sentirci dire: “ti voglio bene” ma quella piccola frase se la vuole tenere per sé. Non c’è il bisogno di farlo sapere a tutti, è una questione intima. La preghiera di Gesù che in quel giorno si trovava in un luogo appartato a pregare e i suoi discepoli erano con lui, è la preghiera da vivere nei momenti in cui abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: “tu sei tu e sei importante perché sei tu, non per quello che fai, ma perché sei tu!”
  • Questa stessa situazione si riproduce anche poco dopo nel capitolo 9° in un’altra e grandissima citazione di preghiera di Gesù che prelude ad un episodio centrale dei Vangeli: “28Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.” Anche il solo leggere queste parole suscita una certa commozione. Gesù va sul monte a pregare con tre discepoli (pochi, pochissimi) e sul monte avviene la trasfigurazione, che prefigura la Pasqua. Durante la preghiera di Gesù avviene, anche fisicamente, un cambiamento: “mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. È bello pensare che la preghiera ci cambia, ci rende migliori, più belli, più luminosi. Questa preghiera di Gesù è la preghiera del cambiamento, della trasfigurazione al punto che i tre discepoli non volevano più andar via, non volevano tornare alla vita quotidiana con tutte le sue fatiche. “Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia»”. È un’esperienza che ha a che fare con un cambiamento.
    In questo episodio si ripetono le parole del battesimo di Gesù, anche qui; “35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo».
    La preghiera autentica è la preghiera che ci cambia. A me verrebbe da pensare che forse noi non ci crediamo: o cambiamo troppo poco, o non siamo sufficientemente sfolgoranti perché non preghiamo bene.
    A volte noi, e qui parlo innanzitutto della mia categoria, presentiamo o alimentiamo la fede dei fratelli utilizzando i “surgelati”. A volte facciamo una pastorale dei cibi precotti, che sono molto pratici ma se li mangi per tanto tempo ti accorgi che hanno tutti lo stesso sapore. Noi facciamo a volte una pastorale così, una pastorale che difetta di una autenticità profonda, ma semplicemente riproduce e sforna cose preparate da altri: ebbene, questo stile non fa diventare sfolgoranti. Diverso è se preparo un piatto cucinato da zero, in casa mia, perché mi piace, perché ci credo, perché sono appassionato. Questo capita anche nel nostro modo di fare le cose, di proporre le iniziative, …la pastorale del precucinato…, in nome della rapidità, dell’efficienza.
    La preghiera che precede e avvolge la trasfigurazione è quella che precede il cambiamento. La preghiera ci può cambiare, questa è la buona notizia, la prospettiva.
  • La citazione del capitolo 10° ci riporta uno dei pochi testi che contengono effettivamente in che cosa consistesse la preghiera di Gesù, di quali parole era fatta, da quali pensieri era alimentata. Finora si parla sempre della preghiera di Gesù in senso generale, del luogo, del tempo, della circostanza ma non si è mai detto cosa diceva Gesù. Qui c’è un esempio molto bello. “21In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 22Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare»”. Siamo di fronte a una preghiera apparentemente molto semplice, una preghiera di esultanza: “Io ti rendo lode, Padre”. Cosa vogliono dire queste parole? Non esprimono un ragionamento ma dicono l’essenza della preghiera. La preghiera di lode la troviamo esemplificata in maniera molto semplice nell’Alleluia che cantiamo prima del vangelo. Cosa vuol dire Alleluia? Significa “lode a te o Signore”. La nostra preghiera prima di essere una preghiera di richiesta, di intercessione, di ringraziamento, è una preghiera di lode. Con la preghiera di lode io dico semplicemente la mia contentezza perché in questo momento sto davanti a Te, io sono contento perché Tu ci sei. Se ci pensiamo questo stato d’animo è il più bello che noi stessi proviamo quando siamo con una persona a cui vogliamo bene in vario modo, in famiglia nell’amicizia, ecc. Ci sono delle volte in cui si sta insieme anche senza dire nulla eppure la vena profonda di questi momenti è il fatto di essere insieme. La preghiera di lode è questo, così come ci sono dei momenti nella vita in cui ciascuno di noi sperimenta il desiderio, il bisogno di rivedere una certa persona con cui si sono fatte cose belle e si sono vissuti momenti belli insieme.
    Io ti rendo lode, Padre”, io sono contento che Tu ci sei, io sono contento che noi siamo qui uno di fronte all’altro, io sono contento perché tu sei il Signore del cielo e della terra, io sono contento perché ho una speranza, io sono contento e basta. C’è un’essenzialità della preghiera che viene ribadita in questa sorta di ripetizione che è un’intimità trinitaria. Non a caso questa preghiera è introdotta dal fatto che Gesù “esultò nello Spirito Santo”, poi lo Spirito Santo neanche viene citato ma l’esultanza nasce dallo Spirito Santo. Qui si parla della Trinità. Ecco che Gesù dice: “Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 22Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre”, si perché c’è un legame di un’intimità così profonda che è inavvicinabile, “né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare»”. In queste poche righe c’è un condensato del mistero di Dio e c’è al tempo stesso la radice di ogni rapporto umano autentico, vero e importante per noi. Noi sappiamo che ci sentiamo fortunati quando possiamo vivere un momento così, quando abbiamo una persona davanti con la quale possiamo dire: che bello, oggi posso stare con te!
  • L’ultima citazione si trova nel capitolo 11º. È la preghiera di Gesù molto famosa che precede il dono del suo pregare: “1Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare”. La preghiera di Gesù era evidentemente così significativa che uno dei discepoli, non si sa chi, chiede: “facci capire, insegnaci, vogliamo provare anche noi”, e Gesù insegna il Padre Nostro, la preghiera che noi tutti conosciamo bene. La preghiera di Gesù è il nostro pregare. E’ la preghiera di Gesù che ispira il dono e che suscita anche la domanda “…quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore insegnaci a pregare. 2Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite…”. Quindi la preghiera ha anche delle parole. Anche la preghiera è fatta di pensieri, ha delle parole, ha dei riferimenti, ha dei contenuti. La preghiera diventa testimonianza. Chiediamoci se il nostro modo di pregare possa essere una testimonianza (il nostro modo di stare in chiesa a volte è un po’ sciatto, distratto, indegno). Chiediamoci se il nostro modo di pregare è e può diventare una testimonianza, al punto che qualcuno possa chiederci “come preghi tu, dimmelo, insegnamelo, fammi capire”.
    Ancora una volta emerge come nel Vangelo troviamo tutto quello che è importante per la nostra preghiera e che non dobbiamo inventarci chissà che cosa. Sarebbe già molto bello se umilmente cercassimo di far emergere dal Vangelo, con le nostre capacità e possibilità, ciò che già ci appartiene, che abbiamo fra le mani e che spesso, senza volerlo, trascuriamo, dimentichiamo, mettiamo da parte.
    Anche questa sera, ripercorrendo tutti questi passaggi, troviamo l’itinerario che Gesù ci fa percorrere. E’ un itinerario molto ricco, che offre grandi suggestioni e sostiene autenticamente le nostre preghiere: la chiamata dei dodici, il tema della solitudine, l’intimità della trasfigurazione e la trasformazione che la preghiera provoca dentro il cuore, l’esultanza nello Spirito Santo e la preghiera di lode con la quale sarebbe bello cominciare e concludere ogni giornata, al di là di tutte le fatiche e sofferenze: “sono contento perché Dio c’è, e quindi non sono abbandonato al nulla”. Anche noi possiamo dire: “io ti rendo lode”. Sarebbe bello che questa diventasse la nostra preghiera: “Io Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra…”. Basterebbero queste parole senza inventare altro. L’esultanza nello Spirito Santo. Il dono della preghiera. Con la preghiera riceviamo un dono: la preghiera è testimonianza che diventa anche dono. Come Gesù ha donato la preghiera ai suoi discepoli così la dona anche a noi. Gesù ci aiuta a trovare l’ispirazione della nostra preghiera, se noi lo domandiamo come ha fatto quel discepolo anonimo: “Signore insegnaci a pregare”.
    La preghiera è nutrimento, ma se non l’abbiamo mai mangiata come possiamo apprezzarne il sapore? (Simon Weil)