La preghiera di Gesù in Luca (3)

CATECHESI 2016-17

La preghiera

giovedì 16 febbraio - 6° incontro – La preghiera di Gesù in Luca

Questa sera concludiamo la carrellata sull’esperienza della preghiera di Gesù dopo avere meditato sulla preghiera nel contesto della trasfigurazione, sulla preghiera che esulta nello Spirito con il grande riferimento al mistero della Trinità (capitolo 10º). La volta scorsa e avevamo concluso con la preghiera di Gesù che si fa testimonianza, invito implicito a pregare. I discepoli chiedono a Gesù “insegnaci a pregare” e da qui la preghiera del Padre nostro.

Arrivati a questo punto abbiamo visto come praticamente in tutti i primi dieci capitoli del vangelo di Luca sino a qui c’è una citazione della preghiera, in vari contesti e occasioni, con una molteplicità di possibili insegnamenti. Dopo il capitolo 11º la citazione della preghiera di Gesù la troveremo nel contesto della passione e infatti la prossima citazione la troviamo nel capitolo 22º.

Siamo nel contesto della Passione, nel tempo che va dall’ultima cena al venerdì santo, presumibilmente nella notte del giovedì santo. La prima preghiera è una preghiera di intercessione per qualcun altro. Gesù, all’inizio del suo cammino verso la croce, prega per qualcun altro, prega in modo particolare per Pietro.

Cap. 22, 31-34: “31Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; 32ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede” (è una preghiera colma di affetto,) “e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli»”. … (e con molteplici significati ecclesiologici). Pietro era già destinato a diventare il riferimento, colui che doveva confermare i fratelli. Con questa preghiera Gesù la ribadisce in un momento di debolezza. È una preghiera con la quale Gesù affida la custodia dei discepoli a Pietro. Possiamo qui intravedere la funzione pastorale di Pietro e al tempo stesso un’attenzione che si sviluppa dentro la preghiera in un momento drammatico, perché questo episodio viene raccontato poco prima dell’arresto. Qual è la reazione di Pietro? Ancora una volta è molto interessante, “33E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». Una reazione emotiva, impulsiva. “34Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi».” Luca colloca la previsione del rinnegamento di Pietro in questo momento. La dinamica di questa preghiera è singolare: avviene in un contesto drammatico, fatto di grande attenzione e tenerezza, ma anche di realismo. Infatti, anche se la risposta di Pietro sembra colma di affetto, in quanto si dice pronto ad andare incontro alla morte, Gesù lo invita al realismo. Il momento è molto serio.

Questo episodio diventa per noi un invito a rileggere il senso del nostro pregare nell’orizzonte dell’intercessione. La nostra preghiera dovrebbe essere accompagnata da qualche nome e cognome, da qualche volto. Non c’è soltanto la preghiera generica, la preghiera per i bisogni collettivi, ma c’è anche la preghiera per la singola persona. E noi sappiamo come anche la spiritualità popolare passa attraverso la richiesta di una preghiera di intercessione. Anche il Papa continua a chiederlo: “pregate per me”. Questo è uno di quei passi in cui tutto ciò trova un suo significato: “io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede” che poi è la cosa più importante per cui pregare, perché non venga meno la fede (il resto è affidato a ciò che la vita ci mette di fronte e alla volontà di Dio).

Quasi subito dopo questo contesto di preghiera ce n’è un secondo che conosciamo bene, riportato anche negli altri Vangeli: la preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi.

Cap.22, 39-46: “39Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. 40Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». 41Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: 42«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». 43Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. 44In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. 46E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

Qui si descrive una preghiera molto intensa. Potremmo dire che la preghiera di Gesù sta dentro la vera e propria angoscia. È la preghiera che precederà la cattura di Gesù.

Questo breve episodio è veramente attraversato dalla preghiera, è intriso di preghiera “andò, come al solito, al monte degli Ulivi” quasi a dire che per Gesù andare in quel luogo a pregare era un’esperienza abituale. «Pregate, per non entrare in tentazione». Qual è la tentazione? La tentazione è quella di scappare, di sottrarsi alle cose che ci aspettano, è la tentazione di non avere fede, quella della disperazione, le tentazioni sono mille. Il primo insegnamento da ricavare è che noi preghiamo per non entrare nella tentazione, la tentazione di non fare la volontà del Signore ma di cercare solo la nostra volontà, il nostro desiderio.

E dopo questa esortazione: “si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava”. E’ bello vedere questa immagine di Gesù che in ginocchio si mette a pregare. La preghiera accompagnata da una gestualità fisica, ancora una volta, e ci aiuta a comprendere che anche la fisicità dice un certo modo di pregare. Noi non siamo più abituati a questo e banalizziamo la fisicità della preghiera facendola diventare un giochino o qualcosa di superficiale e distratto. Come è la preghiera di Gesù? Qui si riportano anche le parole: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». In questo contesto si rinnova una sorta di manifestazione di Dio, di teofania, sembra di tornare al battesimo di Gesù quando si sente la voce dal cielo e appare la colomba che discende. Questa volta la teofania consiste nell’apparizione di un angelo: “43Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo.” Un conforto che tuttavia non placa l’angoscia di Gesù: “44In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.” Potremmo dire che questa preghiera del Getsemani è la preghiera dell’angoscia, dei momenti di grande difficoltà. L’evangelista Luca sembra indugiare su questa descrizione tant’è che l’accompagna con una descrizione minuziosa.

45Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza.”. Interessante questa annotazione: non dormivano per la stanchezza, ma per la tristezza. Anche a noi a volte capitano momenti di difficoltà e di scoraggiamento che ci portano quasi ad un assopimento per allontanarci e dimenticare i pensieri, le cose e le persone. Non è stanchezza fisica, è un rifiuto, una catalessi. “46E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».” Potremmo dire che nella descrizione della preghiera di Gesù in questo momento così decisivo della sua vita troviamo tutta una serie di condizioni che vanno dal desiderio di essere vicino ai suoi discepoli, dall’angoscia provata, dal mettersi in ginocchio, dall’accogliere la consolazione dell’Angelo, dalla tristezza che avvolge tutto. La nostra preghiera ha senso anche quando noi la viviamo in qualcuna di queste condizioni. Quando ci troviamo in grosse difficoltà ci troviamo a dire: “non riesco a pregare, non ce la faccio” La preghiera sembra non aver senso in quei momenti. Questa pagina di Vangelo ci dice che invece la preghiera non ha significato soltanto nel momento della serenità e della pace interiore in cui abbiamo il controllo della situazione della nostra vita, la preghiera ha senso anche quando questo controllo sembra non essere possibile, quando sembra di essere esposti a vicende che ci sovrastano e sembrano impedire la realizzazione dei nostri desideri e aspettative. È una preghiera che può sembrare passiva, non partecipata, quasi non voluta ma è la preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi e può essere una grande fonte di ispirazione per la nostra preghiera difficile.

La successiva citazione sta al capitolo 23°. Siamo nella prossimità della croce e la preghiera di Gesù è per chi lo ha messo in quella condizione.

Cap 23, 34: “33Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. 34Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».

È bello e difficile vedere come Gesù cerca in qualche modo di trovare una sorta di giustificazione al comportamento degli altri, “perdonali perché non sanno quello che fanno”. E’ l’esatto contrario di quello che tante volte noi facciamo quando cerchiamo qualche elemento che possa scoprire nell’altro la malafede, la colpevolezza. Gesù al contrario in una situazione in cui tutto è definito, trova quasi una sorta di scusante, trova un aspetto di giustificazione: “non sanno quello che fanno”. E’ la preghiera della generosità, perché la generosità non è qualcosa di dovuto, è un di più di gratuità che qualche volta riusciamo ad esprimere, altre volte no perché vogliamo pareggiare i conti, mentre altre volte preferiamo il linguaggio dell’accusa che non il linguaggio della giustificazione. Potremmo dire che ancora una volta qui emerge il Gesù mite, il Gesù che si arrende di fronte al male ma che nello stesso tempo cerca dentro il male anche qualche cosa che possa salvare comunque, un elemento di salvezza “perdonali perché non sanno quello che fanno”.

L’ultima citazione è quella del momento della morte.

Cap. 23, 44-46: “44Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 45Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. 46Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò.”. È l’ultima volta che Gesù dice Padre citando il salmo 31. È l’ultimo “Abbà” di Gesù. La missione ricevuta nel Battesimo si compie. Questa preghiera di Gesù è la preghiera che conclude tutte le preghiere, è la conclusione di ogni preghiera. Come sarebbe bello se noi chiudessimo la nostra preghiera in questo modo: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”. Nelle tue mani consegno la mia vita. Una modalità di affidamento fiducioso che non ha allontanato l’angoscia ma che è il grande caposaldo della preghiera cristiana. La preghiera di chi si affida, di chi termina sempre tutto con il desiderio di mettersi nelle mani di Dio. Questo ci fa capire quanto questa preghiera abbia caratterizzato tutta la vita di Gesù che a 12 anni nel tempio diceva: “devo occuparmi delle cose del Padre mio”, e sulla croce prega dicendo “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”. Siamo di fronte a una vera e propria inclusione nella quale il dono di Gesù, il dono della vita, il dono che Dio ci fa giorno per giorno, è stato accolto, è stato vissuto, è stato attraversato ed è stato in qualche modo riconsegnato. Tutto il contrario di una visione della vita, peraltro oggi molto di moda, come “cosa mia”. Oggi spesso si afferma “io della mia vita faccio quello che voglio”, l’istanza della vita è autorealizzarsi, autodeterminarsi. Gesù dice esattamente il contrario: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. È bello pensare che la vita sia un dono che riceviamo e che riconsegniamo, non perché vada perduta ma perché vada posta nella comunione con Dio, in quella comunione trinitaria di cui abbiamo letto la preghiera la volta scorsa. “Ti benedico o Padre perché hai nascosto queste cose ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli … perché così a te è piaciuto …. e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare»”. È il mistero della Trinità di Gesù che esulta nello Spirito Santo.

La preghiera di Gesù rappresenta il segno più tangibile della consapevolezza della sua identità, della sua vocazione, della sua missione messianica. È la preghiera che lo riconduce costantemente a questa dimensione fondamentale della sua vita e ci aiuta a nostra volta, ogni volta che viviamo la preghiera, a trovare questa consapevolezza. Verrebbe da dire che il primo grande frutto della preghiera, che sia una preghiera di lode, di supplica, di intercessione, o una preghiera nell’angoscia, una di generosità, è la straordinaria possibilità di essere di fronte a noi stessi, di ritrovare la dimensione più autentica di quello che siamo. Potrebbe essere questo quasi una sorta di esercizio di autoconsapevolezza, che tra l’altro oggi è molto di moda. La preghiera è una straordinaria possibilità di mettersi davanti a sé stessi e riscoprire chi siamo, dove siamo e che ci stiamo a fare.

Da qui la domanda semplice può diventare: al termine di questa carrellata, di queste innumerevoli citazioni sulla preghiera di Gesù, almeno una dozzina, disseminate nel vangelo di Luca, che cosa possiamo raccogliere per noi e per la nostra preghiera? Quello che possiamo raccogliere lo troviamo ancora una volta nel Vangelo di Luca in un brano che tutti bene conosciamo che viene subito dopo la preghiera del Padre nostro e che in un certo senso spiega, o meglio dice qual è la sostanza della preghiera evangelica, della preghiera cristiana e lo dice in tre momenti, in tre contenuti.

Capitolo 11, 9-13: “9Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!». In questi versetti sta tutto l’insegnamento sulla preghiera che ci viene dal vangelo, un insegnamento che è triplice e molto semplice.

  1. La preghiera chiede indubitabilmente perseveranza. La preghiera vissuta occasionalmente, accidentalmente va sempre comunque bene davanti a Dio ma in questa parola del Vangelo si capisce che la preghiera ha bisogno di perseveranza, costanza, continuità. Poco, tanto, ciascuno dia quello che ha deciso di dare nel suo cuore, come dice San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, però dia quello che ha deciso, perché Dio ama chi dona con gioia, chi fa le cose le faccia perché ha deciso di farle. Questo è il primo grande insegnamento che troviamo nel vangelo quando vediamo quante volte parla della preghiera di Gesù. Certamente la prima questione è legata alla perseveranza e ci fa pensare a come questa perseveranza si esprime dentro le nostre giornate e settimane.
  2. Il secondo insegnamento è legato alla fede. Il Vangelo ci insegna che la preghiera sarà esaudita: bussate e vi sarà aperto cercate e troverete, chi chiede ottiene, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto. Questo può apparire contraddittorio con la nostra esperienza perché molte volte ci sembra di non essere stati esauditi ma noi sappiamo che la nostra preghiera viene esaudita nella logica della volontà del Signore, nel suo progetto di salvezza. La preghiera viene esaudita per il nostro bene, non necessariamente secondo i nostri capricci o desideri, viene esaudita nel momento in cui è la preghiera vera. La preghiera deve riposare sulla fiducia, diversamente il nostro pregare diventa una sorta di accaparramento pagano della divinità. Nella fede cristiana la certezza dell’esaudimento è previa, sta come condizione. Qual è la condizione per cui la preghiera è vera? Che cosa alla fine siamo chiamati a dire e a chiedere nella preghiera?
  3. Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono”. La preghiera cristiana e la preghiera che invoca il dono e la presenza dello Spirito Santo. Perché è lo Spirito Santo che ci aiuterà a comprendere la volontà di Dio, è lo Spirito Santo che sostiene il nostro cammino di cristiani è lo Spirito Santo che attraversa il tempo della Chiesa, cioè il tempo che va storicamente dal ritorno di Gesù al Padre, dopo la Pasqua, al suo ritorno glorioso alla fine dei tempi, è il tempo che viviamo noi, si parla di noi. Ci possiamo domandare se in capo ad ogni nostra preghiera, noi domandiamo la presenza del dono dello Spirito Santo? Perché questo ci verrà donato, “quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!». Questa è la richiesta essenziale, è la chiave di volta di tutto, ed è bello riandare a questo punto ad un’altra pagina straordinaria, complessa e bellissima della lettera di San Paolo ai Romani al capitolo ottavo che andrebbe letto e riletto, imparato a memoria.
    Rm. 8, 18-28: “18Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi”. Chi di noi non ha delle sofferenze del tempo presente? Personali e collettive?
    19La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza 21di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Poiché nella speranza noi siamo stati salvati….
    26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.
    Noi chiediamo il dono dello Spirito Santo perché è lo Spirito Santo che intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili. “Gemiti” è una parola che ritroviamo tante volte nei salmi. Il gemito, è una parola che non è una parola perché è quella del bambino piccolo che non è ancora capace di parlare e quindi è carica di speranza e di futuro, ma il gemito è anche il gemito del sofferente, del morente che non ha più fiato per parlare. Ricordo a questo proposito una bellissima riflessione del cardinale Martini sul tema del gemito come radice di ogni preghiera. Lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza. Questa è la condizione umana. La preghiera affonda le sue radici in questa nostra debolezza, nella quale chiediamo il dono dello Spirito Santo perché lo Spirito santo conosce i disegni di Dio e quindi saprà dare orientamento alla nostra vita e saprà anche suggerirci che cosa è conveniente domandare con intercessione insistente per noi, con gemiti inesprimibili. Sono parole da meditare una per una.

 Arriviamo così alla conclusione:

  • pregare è seguire/imitare Gesù che prega, fare come fa lui,
  • pregare è cercare questa piccola traccia di perseveranza nella vita quotidiana,
  • pregare è coltivare la fiducia di fondo che la nostra preghiera sarà esaudita se sarà la preghiera del vangelo, che chiede il dono dello Spirito Santo, la preghiera capace di concludersi con quell’atto di affidamento che ci fa iniziare una giornata e ce la fa anche concludere, che ci fa entrare con calma, con fiducia e pazienza in quella dimensione altra che è la dimensione di Dio e ci fa toccare profondità o altezze umanamente inesprimibili, di fronte alle quali siamo portati dalla parola, dall’inginocchiarci, dallo stare in piedi alla contemplazione semplice della bellezza e della grandezza di Dio.