Ritiro del Consiglio di Comunità – Concenedo di Barzio 14-6-2014

Meditazione di don Franco Brovelli

Cominciamo il nostro consueto momento di ascolto del sabato, quando poi si inseriscono anche amici, con un gruppo consistente, in un momento importante del loro cammino, ci sono dei tratti un po’ nuovi, però ci siamo aiutati a mantenere sempre aderenza al riferimento che ci guida di sabato in sabato; i testi sono quelli della parola di Dio della settimana che termina oggi.

Questo diventa un modo con cui ci lasciamo arricchire dai doni del Signore e anche a toccare con mano ogni volta che i doni del Signore ci sono ogni giorno.

La parola del Signore ci ha condotti da una parte sul Sinai, con testi noti per essere una parola impegnativa ma chiarissima, le “teofanie di Dio” cioè le manifestazioni folgoranti di Dio, e insieme maestose, quasi che inducono timore, anzi la parola stessa che il Signore passa a Mosè: “di alla gente di non avvicinarsi, Sali tu, ma loro si fermino alle falde del monte”, e con diversità di linguaggi sono stati costantemente questi i testi, con dentro però tutto lo splendore del dono dell’Esodo, della chiamata, di grazia, che il dono dell’Esodo mette nel cuore del popolo di Dio in cammino. Quindi i testi dove in momenti di chiesa come il nostro, di cammino di comunità, è importantissimo condividere insieme, perché sono linguaggi che animano, ci illuminano, che danno delle prospettive, che dicono il perché e il senso del nostro camminare.

Però come faceva da contrasto, una comparazione che faceva pensare, l’assoluta ferialità dei giorni e dei momenti di incontro con il Signore, anch’essi teofania.

Si manifesta, ma non ci sono tuoni e lampi, di montagne avvolte da bagliori di luce, e tantomeno da parole che dicano “stai lontano, non avvicinarti”; questo è il mistero di Dio.

Piuttosto abbiamo ascoltato testi di chiamata, di sequela, di invito a mettersi sulle tracce del Maestro. Ecco questa è una provocazione molto importante da accogliere, ma che non inventa, però è davvero nella preghiera di queste giornate.

Dopo è evidente ed è sempre così, il sabato mai voler strafare; in questo caso ci fermiamo sul testo di un giorno, che abbiamo sul foglietto che abbiamo pregato proprio in questi giorni, quindi è bello, ci sono gli amici che vengono dalla Barona di Milano, per un momento per loro importante e significativo del cammino, ecco, il Signore ha preparato questi testi. Io non ho fatto una scelta intenzionale, ho pescato dentro i sei giorni con cui il Signore ci ha nutriti con la ricchezza della sua Parola. Ma forse non sono lontano dal vero quando prevedo che magari abbiamo proprio tutti, motivi per ritrovare la singolare attualità di queste parole e della loro importanza per l’oggi del nostro cammino che stiamo vivendo.

E allora ci aiutiamo come al solito, le sottolineature che faccio sono brevi e indicative di un percorso di preghiera e riflessione, però davvero capaci di interpellarci, di farci intravedere qualcosa di profondamente bello.

Del resto, pensiamo alla teofania più sconvolgente che il testo dell’Esodo qualche giorno fa ci ha fatto riascoltare, in parte anche stamattina nell’Eucarestia che abbiamo celebrato, prima della consegna delle dieci parole del decalogo. Ma abbiamo ben presente questo testo e pensate quando lo mettiamo a confronto con quel branetto brevissimo del Vangelo di Giovanni, dove Gesù parlando di se, e vedendo il turbamento che sta nel cuore dei discepoli dice: “non sia turbato il vostro cuore, la mia anima è turbata, ma è per questa ora che sono venuto, allora fino in fondo vado”. Bellissimo brano, che si conclude: “quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”.

Clamorosa la differenza tra la manifestazione folgorante del Sinai, in cui Mosè è singolare interprete e testimone, e questa sconcertante manifestazione di Gesù, innalzato da terra, nella povertà di una morte atroce che attira tutti a sé, la dinamica contraria del “state giù e lontani”, “quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”.

Inversione di marcia. E’ un uomo perdente che si rivela in una forma ignominiosa, che diventa calamita che attrae tutti “attirerò tutti a me”.

Questa mi pare una maniera bella per entrare nella piccola meditazione di stamattina e riuscire a toccare con mano, perché questa era la domanda vera di tutta la settimana: ma allora cosa ha voluto dire il dono della Pasqua e Pentecoste che ci hai fatto Signore? Ma che ricchezza ha dentro questo dono? Cosa vuol dire per noi celebrarlo?

Queste sono le domande che conducono i cammini della fede, che orientano i passaggi di vita di una comunità cristiana, cha lasciano intravedere anche traguardi e prospettive.

E allora ci aiutiamo nella forma semplice di chi non vuole affrontare un insieme di domande e di ascolti che sarebbero eccessivi, ma prende due piccoli testi che sono stati la preghiera della nostra comunità in questi giorni.

Esodo 19, 1-6

Poche righe, incisive, grandi, certo qui si svela il mistero dell’esodo, e si svela in maniera profonda facendoci intuire doni certamente inattesi, sorprendenti, che mai avremmo osato presumere.

Qualche piccolo tratto per aiutare ad entrare nella preghiera di ascolto di questo testo: è evocato innanzitutto la marcia faticosa nel deserto e una delle tante ripartenze, la notte si montano le tende, la mattina si levano di nuovo le tende, ci si incammina. E sempre con quella sigla di partenza che dall’inizio Israele aveva udito, cinti i fianchi, bastoni in mano, si parte. E’ la pasqua del Signore.

I fianchi cinti come l’atteggiamento inequivocabile di un popolo che si mette in cammino, di uomini e donne che si fanno viandanti e pellegrini. E la marcia nel deserto è faticosa, non si possono perdere le tracce e le distanze altrimenti si arriva a vagare drammaticamente.

Questo testo evoca quella chiamata che in questo momento è rivolta a Mosè ma che via via diventerà la chiamata all’intero popolo dell’esodo, di ieri e di oggi, a salire il monte, avvicinarsi al mistero di Dio. E un avvicinarsi che poi si fa dialogo, questo parlare di Dio a Mosè, questa esortazione con cui Dio consegnando le parole a Mosè lo invita “adesso dille alla tua gente, e racconta”. Queste parole bellissime che abbiamo ascoltato rivelano davvero il mistero dell’esodo.

“Io non sono soltanto quello che ha scelto di dare ascolto al vostro grido di dolore, perché schiavi in Egitto”; era cominciato così il racconto dell’esodo e Mosè che si avvicina al roveto ardente, sente questo dalla voce di Dio.

Ma qui non si è fermato semplicemente al “vi riscatto da una situazione di schiavitù”; no, qui c’è un’intenzionalità positiva, sorprendente, addirittura “voi diventerete mia proprietà, quindi appartenenti a me, radicati in me, un regno di sacerdoti, una nazione santa.

Questo è molto di più di un riscatto dalla schiavitù, questa è un’entrata in casa, questa è una familiarità ormai definitiva, è sentirsi di Dio, proprietà. Questo è l’esodo.

E’ il cammino del “divenire popolo di Dio”. Questo è il senso e il futuro di ogni comunità cristiana che vive nei territori più diversi, o qua nella valle o nella periferia della grande città.

Ma l’intenzionalità profonda di Dio, direi il sogno di Dio, l’attesa di Dio è questo; divenire proprietà sua, popolo che cammina nel suo nome e che a lui appartiene. Questa è un indicatore di un cammino di fede che non ha bisogno di molti altri commenti, semmai avremo bisogno di trovare le forme, le parole di testimonianza, di vissuto, per dire che questo accade in noi e che stiamo davvero diventando la, nel territorio dove si vive, gente che è e che vive come proprietà di Dio, e si educa a far riconoscere che questo è l’invito, è l’attesa, è il sogno, è il desiderio, di un Dio che ama senza confini e senza pregiudiziali, ama davvero tutti.

E allora per questo ogni volta ti rimetti con cinti i fianchi e di nuovo rinnovi la scelta di un cammino.

Necessariamente avverti che va onorata così una chiamata che ti regala una cosa così grande, va onorata in questi modi, e allora ridiventiamo ogni volta popolo dell’Esodo, che vive con la coscienza di una gratitudine profonda nel cuore, e nello stesso tempo con una voglia di avvicinamento intenso al Signore.

Quando in quel passaggio felicissimo di Evangeli Gaudium, Papa Francesco dice “io immagino e desidererei una Chiesa in uscita”, usa questa immagine caratteristica nel suo linguaggio che sa cogliere immagini puntuali che poi arrivano a tutti. Questa espressione è palesemente un rimando all’esperienza dell’esodo. Esodo, la vocazione vera di una Chiesa, di un popolo di Dio ovunque esso viva, in città o in paese, vicino o lontano. Questo ci sta a cuore, è svelamento del disegno di Dio.

Qui non è più qualcosa di misterioso e di oscuro, dà una parola luminosa per dire cos’è, e ci onora di una chiamata di cui vediamo tutta la bellezza. Nello stesso tempo però è esodo, quindi è marcia nel deserto, e il deserto è spazio dei passi di libertà, è spazio di comunione ma è anche spazio grave della tentazione, è spazio grave della mormorazione e della possibile disunione. È anche lo spazio del vitello d’oro alternativo a Dio, l’Esodo è questo, è il travaglio costantemente conteso tra fedeltà o dispersione, tra la libertà di lasciarci raggiungere dalla parola e dal volto di Dio o di vagare autonomi per strade che neppure noi riusciamo a conoscere e a decifrare, tipico di chi non ha una meta, non sa dove e soprattutto non sa da chi andare.

Questo è il clima in cui questi versetti del capitolo 19 del testo ci hanno ricondotto.

E accostato a questo, nella liturgia di quel giorno c’è il Vangelo di Luca.

Vangelo di Luca 12,35-38

Testo breve, ma quando noi lo ascoltiamo così, nel clima di stamattina, nella cornice dell’Esodo, questo testo da bello diventa bellissimo, davvero capace di dire molte cose.

Entriamo immediatamente in un clima che diventa più coinvolgente ed è lo spessore reale di questi versetti di Vangelo. Anzitutto quell’esordio è inconfondibile: “siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese”. Non si cambia l’atteggiamento; cinti i fianchi!

Siamo lontanissimi dal momento del Sinai ma l’orizzonte di riferimento che il Maestro utilizza rimane identico. Questa esortazione a camminare così, per appartenere a Lui, per divenire a pieno titolo “popolo di Dio” con la sottolineatura tipica dell’attesa, gente che aspetta che il padrone ritorni dalle nozze. L’immagine nuziale è quella dell’incontro con il Signore.

Ci sono costantemente passaggi di Vangelo, specialmente in Avvento, che dicono che il ritorno va immaginato così; ritorna dalle nozze perché alle nozze ci conduce.

Tu non hai cambiato abbigliamento, tieni ancore cinti i fianchi e lucerne accese. Sei un uomo, una donna, una comunità nell’attraversamento del deserto e che cerca passo dopo passo di vivere fino in fondo la parola che il Signore gli affida. Questa è una continuità grande, che ci salva.

Noi in ogni stagione, ogni anno che termina, un anno pastorale che comincia, è evidente che sentiamo l’esigenza di sottolineature particolari, di primati da evidenziare, ma l’acqua costante di questo fiume che ci porta è questa; l’Esodo. Non è un altro fiume, non è un'altra deriva, è questo che ci conduce.

E allora questi momenti rinsaldano la continuità, fanno appassionare al camminare in obbedienza alla parola del Signore, dove ci basterebbe questo per dire “vale la pena di fare un momento così”, perché rimanda a qualcosa di irrinunciabile. E qui il Vangelo ci sorprende ulteriormente, quando ritornando dalle nozze dice; “il padrone arriva e bussa”. Immagine molto cara al Nuovo Testamento, il Signore che bussa, gli aprono subito “beati quei servi che il padrone troverà svegli”.

C’è un pulsare di Dio, è il momento del bussare di Dio, non è immaginazione, è semplicemente voce che dice ciò che accade; sto alla porta e busso.

Egli bussa e tu apri, testo che ogni volta ci rimotiva e ci dice quanto è fondamentale che le nostre case tengano “ospitato” Gesù, e siano sensibili alle forme, ai modi, ai tempi con cui Lui bussa.

Questo Vangelo quasi ci obbliga a dire quanta importanza ha avuto questa immagine e questo versetto hanno avuto in un momento grande della vita della Chiesa, durante la preparazione del conclave prima dell’elezione di Papa Francesco, e proprio su questo brano c’era stato l’intervento del cardinale di Buenos Aires. Aveva dato proprio questa immagine dicendo “sento vera questa immagine dell’Apocalisse, sto alla porta e busso, se voi aprite io entrerò e cenerò con voi”. Testo che adesso Luca ci ha riferito.

Questo ha aiutato tanti a capire che qualcosa di nuovo stava circolando nell’esperienza dello spirito, quando dice; “questo testo che noi giustamente sentiamo come un invito ad aprire al Signore, in questo momento è da leggere anche da una prospettiva differente, cioè di Gesù che già è con noi, è qui in questa nostra assemblea, bussa e chiede di aprirgli per lasciarlo uscire verso le periferie del mondo”.

Questa è una cosa grande che dice quanto il metterci in ascolto di queste parole ci possa aiutare. Diventiamo “gente che apre” per farlo entrare e per lasciarlo uscire ma non da solo, e questo è il compito della Chiesa, questa è la sua bellezza. E la Chiesa rimarrà fragile, piena di incoerenze magari, con troppi aspetti che non sono limpida testimonianza del Vangelo, ma questo però rimane! Non c’è per un’altra ragione la Chiesa, questo è il suo senso.

E allora questo invito a diventare popolo suo, radicati in lui, questo volerci bene gli uni gli altri, anche per aiutarci reciprocamente nella fede, ci riserva un’ultima sorpresa; “in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi”, anche Lui! Come nella vicenda di Emmaus, che comincia con Lui che si affianca, si mette accanto e cammina con loro. Anche Lui si stringerà le vesti, li metterà a tavola e passerà a servirli. E questo è un capovolgimento della prospettiva, questo è il sentiero dell’intimità, dell’aderenza profonda della relazione tra il Signore e noi, e della vita del discepolo con quella del Maestro e questo è davvero aspetto sorprendente.

Vedete, due branetti che vanno oltre il racconto, quindi stiamo già parlando di noi, dei nostri cammini personali, di coppia, di comunità. E queste parole ci stanno conducendo esattamente a questo livello. E allora quella espressione che mi è molto cara e che proprio nel tempo di Pasqua ho ripetuto più volte quest’anno, in cui chiedo: “ma allora Signore cosa hai voluto regalarci con la Pasqua che abbiamo celebrato nel tuo nome, adesso che la Pasqua è giunta davvero al suo compimento, è stata sigillata da una Pentecoste, a che cosa ci chiami, qual’è la tua attesa, che hai nei confronti di persone cui hai regalato questo”. Questa è la domanda della preghiera di stamattina, e davvero saltino le barriere, le diffidenze e le difese.

Qui c’è una chiamata ad un radicamento profondo nel Vangelo di Gesù, a divenire “popolo di Dio in cammino” nella storia, che porta nella bisaccia la sua fatica, la sua storia, la sua precarietà.

E quello che ha messo nella bisaccia è qualcosa che continua ad amare profondamente.

Ecco, è il momento che apre alla voglia di pregare, come vorrei incoraggiare questi minuti che abbiamo, a farli proprio in preghiera, senza commenti, in silenzio, lasciando che Egli si affianchi a noi.