Festa di tutti i defunti

Amo i cimiteri.

Non esiste città che abbia visitato in cui non mi sia recato anche al cimitero. Certo, frequento in particolare quello della mia città, dove sono sepolti i miei cari. ……
Ammetto anche di preferire il seppellimento alla cremazione, oggi tanto di moda. Naturalmente so bene che c’è un problema di spazio e di urbanizzazione ma, lo confesso, non me ne importa nulla, proprio nulla, almeno fino a che le amministrazioni delle città continueranno a mostrare un maggiore interesse alla collocazione di garage di lusso, invece che trovare spazio per allargare i cimiteri o per urbanizzarli.

In altre parole, non mi impressiona la morte fatta di ossa. E considero i cimiteri luoghi della città, della sua storia; spazi in cui continuano a esistere cittadini, con una presenza, con una testimonianza, con un diritto ad avere un posto anche da morti. Tuttavia so bene che il cimitero vero dei nostri morti è dentro di noi, e ripeto spesso – data la mia età – di vivere più di morti che di vivi, di essere pieno di morti, di portarli dentro di me, perché mi servono per vivere, mi aiutano a vivere.

Ecco in che senso, per me, il morto aiuta a vivere. Peccato che i nostri cimiteri siano sempre più vuoti. Semmai si animano nelle ricorrenze che diventano un obbligo, come chi paga l’una tantum per poi non pensarci più, almeno per un anno.
Può sembrare un paradosso, ma la morte nella nostra cultura è morta. E l’evento è veramente luttuoso perché significa che viene a mancare una delle meditazioni più profonde e vitali dell’umanesimo, di quell’insieme di percezioni che si legano al senso della vita che scorre con la morte addosso, e alla speranza nel mistero di una morte che si fa vita: la certezza del credente.
Bisogna insegnare la morte, far vivere i morti, sentirli nel loro silenzio. In quel passeggiare al cimitero di Verona, la mia città, andando da uno e poi dall’altro dei miei cari, e passando vicino a tante lapidi di morti che non conosco ma che saluto, mi accorgo quanto la memoria sia una grande funzione della mente, e scopro quanto importante sia quella parte della città, spesso dimenticata. Perché là dentro si percepisce il limite della condizione umana e si assopisce il piccolo delirio di onnipotenza, il senso del proprio rilievo e della propria importanza nel mondo. Leggo sempre, come fanno i bambini, le due date che definiscono la vicenda di un uomo, e faccio la differenza…
E a proposito di morte, colgo perfettamente la differenza drammatica tra credere e non credere. E ne parlo talvolta con i preti che incontro sulle tombe dei cimiteri. E trovo in quel loro sorriso, in quella speranza soffusa che sanno trasmettere, e che a me pare così forte, che il cimitero può essere luogo di serenità. I preti del cimitero sono straordinari. Potrebbero apparire come i più inutili, secondo certa logica, e invece sono come una segnaletica di luce, che aiuta a scorgere un futuro in luoghi che per qualcuno sono solo buio. Bisogna insegnare a guardare in faccia la morte per insegnare davvero a vivere.
( Vittorino Andreoli in AVVENIRE 29/10/2008)