l primo giorno dell’anno si celebra la giornata mondiale per la pace e tutto il primo mese dell’anno chiede un’incisiva attenzione a questo dono. Da più di cinquant’anni il papa rivolge in tale occasione un appello a tutti gli uomini di buona volontà. Credo non possiamo esimerci dall’ascoltare tale invito. Ne abbiamo fatto oggetto di preghiera il pomeriggio dell’1, siamo invitati a raccogliere le tre sollecitazioni per agire a favore della pace. Il sommo pontefice non si limita, infatti, ad auspicare la pace, ma, ponendola in relazione all’anno giubilare, offre ai potenti della terra tre spunti operativi a cui richiama: riduzione del debito dei paesi poveri, anche in nome di una giustizia riparativa; l’abolizione della pena di morte; la riduzione delle spese per gli armamenti. Ci auguriamo che qualcuno faccia proprie queste sollecitazioni. Sento che ciascuno di noi, nel proprio piccolo, non debba sentirsi esente dal lasciarsi coinvolgere in questo cammino. Anzitutto crederci davvero ci impegna ad una preghiera seria e costante per la pace, cioè ad una incessante invocazione per la conversione dei cuori, unica via perché il dono di Dio, la pace, si faccia strada. Scegliere di innalzare ogni giorno una preghiera a Dio con questa intenzione, senza avanzare scuse circa la mancanza di tempo, comincia ad essere un modo per dire a noi stessi che ci crediamo davvero, passando dalla lamentazione per i mali del mondo alla speranza praticata! D’altro canto, come già indicato il primo gennaio nella preghiera che abbiamo condiviso, credo che quanto proposto ai grandi della terra, possa essere tradotto anche per la nostra quotidianità. In merito all’estinzione del debito, noi siamo chiamati a promuovere e ad essere protagonisti di un autentico stile di gratuità. Quando si agisce nella gratuità non si generano debiti o crediti, si fa azione preventiva. Questo ci chiede di cambiare atteggiamento, poiché molte volte il nostro modo di essere genera debiti invisibili che noi custodiamo gelosamente e che al momento opportuno rivendichiamo. Lo facciamo ogni volta che nelle nostre azioni quotidiane ci aspettiamo di essere ricambiati, o in quell’istante o nel tempo (“sono andato a trovarlo e lui non mi ha mai fatto neanche una telefonata!” … quanti pensieri analoghi a questo albergano in noi?). Impariamo da Gesù a donarci senza nulla attenderci. Quanto alla pena di morte chiediamoci quante persone abbiamo già ucciso nella nostra vita. Sono tutte quelle che abbiamo deciso di non salutare più, quelle per le quali abbiamo pensato che “non vale la pena, tanto non serve a niente”, quelle che sono oggetto di un nostro giudizio. Chiediamo al Signore la grazia di saper perdonare, di saper dare al nostro fratello sempre nuove opportunità, quelle che, d’altra parte, chiediamo per noi! Infine siamo invitati a disarmarci o, almeno, a diminuire nella nostra domestica produzione di armi. La nostra arma più letale è la nostra lingua, con essa facciamo danni incalcolabili! Impegniamoci ad usarla per proferire parole buone, di bene, che costruiscono. Mettiamo al bando il pettegolezzo, il mormorio, le dicerie, il parlare tanto per parlare, … le ferite che provochiamo sono spesso profonde e, talvolta, insanabili. Impariamo a pensare e riflettere prima di aprire la bocca (o di scrivere qualcosa, visto che oggi wapp e i social hanno amplificato il potenziale distruttivo della parola), chiediamoci se stiamo costruendo ponti o fabbricando steccati, lasciamoci illuminare dal prezioso dono dello Spirito che non manca di suggerirci cosa e quando dire. Mi pare che di lavoro ce ne sia per tutti! Mettiamoci anche noi all’opera, diventiamo artigiani di pace!
