La Catechesi Adulti

Catechesi 2017-18

Il canovaccio della catechesi di quest’anno riprende lo schema dell’anno scorso.

Ci saranno dei momenti di catechesi a cadenza quindicinale nei tempi ordinari (ottobre - novembre, febbraio e aprile).

In Avvento ci saranno gli esercizi spirituali predicati da un giovane prete, Paolo Alliata.

La catechesi ordinaria sarà affiancata da tre catechesi bibliche, al sabato pomeriggio alle 18 nei mesi di gennaio e maggio.

In Quaresima è previsto il quaresimale del venerdì a cadenza settimanale. Come vedete abbiamo una proposta di catechesi significativa.

Quest’anno nel nostro percorso di catechesi, faremo una riflessione articolata sul Padre Nostro. È la preghiera per eccellenza del cristiano della quale cercheremo di scoprirne aspetti vari. È una preghiera che tutti conosciamo a memoria e corriamo il rischio di ripeterla per abitudine.
Scopriremo il Padre Nostro come preghiera semplice, quotidiana e come preghiera della comunità cristiana inserita nella celebrazione della Messa e nella liturgia delle ore.

 Di seguito i documenti degli incontri:

 

ESERCIZI SPIRITUALI DI AVVENTO 2017

LA PAROLA DI DIO NON E’ INCATENATA (2 Tim 2,9)

Mercoledì 22 novembre - 3° incontro

  1. Inizio raccontandovi una storia inventata da Rubem Alves, teologo brasiliano, filosofo, poeta, educatore, psicanalista e, alla fine ha aperto anche un ristorante…. un uomo fuori misura. In uno dei suoi libri racconta questa storia.

    C’era il gallo che nel pollaio, tutte le mattine, si svegliava prima dell’alba, usciva dal suo riparo e cantava il suo chicchirichì perché diceva: “devo svegliare il sole”. Era molto importante il gallo nel pollaio perché era quello che svegliava il sole tutte le mattine. E tutti lo guardavano con una certa deferenza e quando si arrabbiava minacciava di non svegliare più il sole. Era molto in ansia per questa suo compito, si sentiva schiacciato da una grossa responsabilità, perché se non si svegliava per tempo il sole non sarebbe sorto. Una mattina, accade l’inevitabile. Il gallo non si svegliò. Quando si svegliò più tardi del solito si accorse che tutti erano svegli ed era sveglio anche il sole. Allora il gallo disse: “Come è possibile che il sole sia sorto senza che io lo chiamassi, come ha fatto?” Nel pollaio intanto si diffuse la notizia che non era il gallo a svegliare il sole…e iniziarono a prenderlo in giro. Il gallo andò in crisi nera. Pensava:” Se il sole sorge senza di me viene meno il senso della mia vita” e si domandava “Ma a che cosa servo io, chi sono io?”.

    Fu così che per un po’ il gallo non si fece più né vedere né sentire, finché una mattina al sorgere del sole si sentì di nuovo il suo potente chicchirichì. Gli altri abitanti del pollaio allora andarono dal gallo e, prendendolo in giro, gli chiesero se avesse svegliato lui il sole… Il gallo rispose che non aveva svegliato il sole perché aveva capito che il sole si sveglia da sé. Prima cantava per svegliare il sole, era un illuso, ora cantava perché il sole sorge.

    Ciò che vorrei dire questa sera è questo: il senso della vita religiosa non è cantare per svegliare il sole, è cantare perché il sole è sorto, perché il Signore è vivo, perché Dio è la vita che si diffonde.

    L’annuncio di vita che è partito 2000 anni fa ci raggiunge, noi siamo parte di questa grande onda che attraversa la storia, per dire il Signore è vivo.

    C’è un modo di vivere la vita religiosa come un impegno per svegliare il sole: mi impegno per convincere Dio ad essere buono, mi impegno a convincere Dio a darmi il suo perdono, a me o alle persone che amo. È un impegno da illuso, non funziona così. La vita religiosa è la vita del poeta che canta perché è grato della potenza della vita che sovrabbonda, della gloria del sole che sorge continuamente, è il canto di gioia, di gratitudine, di libertà interiore, perché la vita è bella, è grande, è buona. È il canto di gioia e di gratitudine che condividiamo con il Signore creatore del cielo e della terra, quando si siede e dice: “Che bello!”.

    Nella prospettiva di Gesù, non si può meritare l’amore, l’amore o lo si accoglie, o lo si respinge, non puoi meritarlo, non puoi conquistarlo.

    Alcuni scribi e farisei vedevano che intorno a Gesù stavano volentieri pubblicani e peccatori, peccatori pubblici, quelli il cui nome puzza, con i quali non si sta volentieri. E pensavano che chi sta con della gentaglia è come loro; mormoravano tra di loro ma non andavano a interrogare Gesù, a cercare il confronto con lui. Ma Gesù li guardò e raccontò loro una storia.

    C’era un pastore che aveva 100 pecore. A un certo punto si accorse che una pecora era sparita e allora andò a cercarla e continuò a cercarla finché non la ritrovò e quando la ritrovò se lo caricò sulle spalle, tornò a casa e disse agli amici: “venite che facciamo festa perché ho ritrovato la pecora che era perduta”.

    I farisei facevano fatica a capire anche se era questione solo di buon senso, non era difficile da capire. “Come fate a non capire che io gioisco perché ho ritrovato chi si è perso?”

    Dio gioisce dal fondo di sé, freme di gioia per il fatto che questi scoprono che il sole è sorto su di loro. Dio non sta con i peccatori solo se prima non smettono di fare le cose cattive, ma proprio il contrario, siccome Dio sta con loro, smetteranno di fare le cose cattive, non avranno più bisogno di rubare, e di fare porcherie perché si renderanno conto che il sole è sorto su di loro, non avranno più bisogno delle opere delle tenebre.

    Cosa vuol dire questo per tanti aspetti della nostra vita?

    Primo esempio, la confessione: non mi confesso per convincere il Signore a perdonarmi ma vado dal Signore per accogliere il suo perdono, e, per raccogliere il perdono, devo aprire la porta, devo far entrare la luce del sole, il sole già è sorto e io spalanco porte e finestre, e accolgo e dico: “che bello! Grazie”. Dentro questa luce consegno ciò che resiste alla luce, dentro al raggio di luce che mi avvolge, dentro all’amore che è gratuito e che io raccolgo, consegno, affido a Dio ciò che in me resiste all’amore. “Ti consegno il mio peccato perché me ne voglio liberare, mi impedisce di accogliere e far circolare l’amore, mi impedisce di volare alto”. Ripensiamo alla parabola del figliol prodigo.

    Secondo esempio: la preghiera di suffragio per i defunti non è la preghiera per convincere Dio ad accogliere la mia mamma, per esempio, Dio ha pensato ognuno di noi da sempre, a Lui noi tutti apparteniamo. Non dobbiamo preoccuparci di convincerlo. La preghiera di suffragio non vuole piegare il Signore della vita per convincerlo ad accogliere i suoi figli… La preghiera di suffragio è il nostro modo di entrare nel fondo del cuore del nostro caro e aiutarlo a spalancarsi all’abbraccio di Dio, che è l’unico modo che Lui conosce di venirci incontro.

    Paolo in una delle sue lettere dice che Dio non ha detto un po’ sì e un po’ no ma ha detto sì e basta. In suo figlio Gesù ha detto un grande sì al mondo, alla storia, per sempre. Sì, per sempre, Dio non è indeciso, non dice ti voglio bene se…, dice: “Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli, che fa piovere sui buoni e sui cattivi, e fa splendere il sole sui giusti e sugli ingiusti” Dio è sovrabbondante. Quando preghiamo per i defunti, allora, noi li accompagniamo a spalancarsi senza paura all’abbraccio di Dio.

    Gesù quando parla del regno di Dio lo paragona a un banchetto dove entrerà chi accoglie l’invito. Non bisogna esibire carta d’identità, o meriti, chi accoglie la luce è dentro.

    Noi abbiamo bisogno continuamente di risintonizzarci sullo spirito di Dio, perché siamo tentati di pensare: “Solo se…”, cioè di porre delle condizioni.

  2. Gesù con i suoi racconti vuole aprirci gli occhi, sturarci le orecchie, liberarci il cuore, renderlo recettivo così da comprendere, vedere le cose come le vede lui, così da cominciare a stare al mondo come ci sta lui.

    Le parabole di Gesù servono per farci capire meglio e guarirci, sono una sorta di terapia.

    Prendiamo ad esempio la parabola dei talenti.

    Dio dà i talenti ai suoi servi e chiede loro di moltiplicarli. La ricchezza che noi riceviamo la dobbiamo far circolare.

    Le parabole sono semi gettati dentro al cuore delle persone, lavorano, maturano, ci fanno pensare, ci interrogano.

    Con quella parabola il Signore mi ha detto che la mia ricchezza è la vita, non devo trattenerla, devo farla circolare, perché se la trattengo perdo tutto ma se la faccio circolare entro a prendere parte alla gioia del mio padrone.

    Il racconto di Gesù vuole trasfigurare il modo che ognuno ha di stare al mondo, il modo di guardare anzitutto se stessi, il modo di percepire le cose. Le parabole sono dinamiche, ci possiamo identificare con i personaggi, non sono concetti o enunciazioni, sono esempi tratti dalla vita concreta. A volte il Signore non le conclude, lascia a noi il compito di concluderle. Non sappiamo, per esempio, se il figlio maggiore della parabola del figlio prodigo, entra a far festa o no. Il Signore sembra chiedere a noi: “e tu cosa fai, entri o no?”

    La parabola della rete: il regno di Dio è come una rete gettata al largo che prende su tutto, poi i pescatori seduti sulla riva separano i pesci buoni da quelli cattivi. Che cosa sta dicendo Gesù in questo modo? Sta dicendo: questo è il tempo in cui si tira su tutto, bisogna prendere tutto, non si può dire a te annuncio il Vangelo, e a te no. Non si può dire tu puoi entrare e tu no. Questo è il tempo in cui tutti si entra, il sole splende su tutti, la pioggia cade sui buoni e sui cattivi. Non è la rete che sceglie i pesci buoni e scarta i cattivi, questo lavoro lo farà Qualcun altro. Arriverà il tempo in cui qualcuno lo farà, ma non è adesso e non siamo noi.

    Qualcuno fa fatica ad accettare un Papa che dialoga. Il Papa getta la rete, non sceglie con chi parlare, parla con tutti e ascolta tutti.

  3. L’annuncio di cui abbiamo parlato in queste sere è un annuncio che vuole generare uno spazio di libertà.

    Vuole renderci liberi, farci volare alto, farci cantare il nostro chicchirichì di fronte al sole che è sorto. La parola di Dio, cioè l’annuncio del Vangelo vuole darci la possibilità di essere liberi, e questo dipende da noi. Non è una parola magica che ci libera, il cammino di appropriazione della libertà è come imparare a camminare, si cade un mucchio di volte, e come imparare a parlare si impara storpiando le parole, chi ha paura di sbagliare non impara mai. Tutti noi impariamo ad essere liberi un po’ per volta.

    Una parola che genera uno spazio di libertà, una possibilità: in cui ognuno possa scegliere se lasciarsi liberare oppure no (il rischio della fede: cfr. questa pagina con quella di Gv 5: “Vuoi guarire?”, e l’altro che accampa scuse…)

    Giovanni capitolo 5, 1-9:

    [1] Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. [2] V’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, [3] sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. [4] Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto]. [5] Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. [6] Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». [7] Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me». [8] Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». [9] E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.

    Il malato si sta facendo vittima, trova delle scuse dicendo che nessuno lo aiuta, il Signore non gli ha chiesto se qualcuno lo aiuta, ma: “vuoi guarire?” E cioè la tua grande risorsa è la volontà di guarire, il tuo desiderio di guarire, grida il tuo desiderio al mondo, ti consegno questo spazio di libertà, la possibilità di dire sì o no. Se è un sì, alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina, alza in piedi, datti da fare.

    La parola del Vangelo ci raggiunge e ci dice: “vuoi entrare nel mio modo di stare al mondo, nel mio modo di vedere le cose? Nel mio modo di ascoltare in profondità? Vuoi entrare nel Regno, nel modo di Dio di stare al mondo già ora.

    A queste domande dobbiamo rispondere sì o no, questo è lo spazio di libertà che è consegnato ad ognuno di noi. Che cosa ne farò? È la domanda radicale. Voglio guarire?

    Concludiamo con questa poesia. Io vivo nella possibilità, cioè la vita mi dà delle possibilità sconfinate.

    Io vivo nella possibilità,
    una casa più bella della prosa,
    di finestre più adorna,
    e più superba nelle sue porte.
    Ha stanze simili a cedri,
    impenetrabili allo sguardo,
    e per tetto la volta
    perenne del cielo.
    L’allietano visite dolcissime.
    E la mia vita è questa:
    allargare le mie piccole mani
    per accogliervi il Paradiso.
    (Emily Dickinson)

    Che cosa mi è chiesto? Vuoi accogliermi o no? Vuoi ricominciare con me o no? Non devi fare niente per conquistare devi soltanto accogliere, mi vuoi accogliere o no? Nel fondo di te, della tua stalla mi vuoi accogliere o no?

    Ci prepariamo alla celebrazione del Natale: chiediamo a Dio di consegnarci con fiducia alla parola di Dio che ci vuole liberare, far volare alto, far cantare il nostro canto di gratitudine.

ESERCIZI SPIRITUALI DI AVVENTO 2017

LA PAROLA DI DIO NON E’ INCATENATA (2 Tim 2,9)

Martedì 21 novembre - 2° incontro

Ieri sera abbiamo parlato dell’annuncio cristiano, questa sera prendiamo le mosse da una pagina natalizia, l’annuncio ai pastori. Richiamo la vostra attenzione sul fatto che per tre volte si parla di mangiatoia.

Lc 2, 20: “[6] Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. [7] Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.

[8] C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. [9] Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, [10]ma l'angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: [11] oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. [12] Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». [13] E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva:

[14] «Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e pace in terra agli uomini che egli ama».

[15] Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». [16] Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. [17] E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. [18] Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. [19] Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

[20] I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.”

Nella Bibbia quando un’espressione viene ripetuta tre volte è segno che è particolarmente importante, che la si vuole mettere in evidenza. Perché la mangiatoia è importante? Credo che un aspetto molto bello della celebrazione del Natale cristiano sta nel fatto che al centro c’è una mangiatoia, cioè, una stalla, cioè un luogo sporco, che puzza, dove c’è letame, che è vita ma è anche ciò che ci mette a disagio. Ognuno porta dentro di sé la sua stalla, cioè quella parte di sè che tiene ben chiusa dentro le porte, che rimuove perché è quella parte che dà fastidio, che mette a disagio, dove non si sta volentieri, che puzza. Ognuno ha la sua stalla interiore dove ritorna in segreto. Ognuno di noi ha una parte pubblica bella, una parte privata che conoscono solo i più vicini e una parte segreta che è piena di intimità, di vitalità, ma è anche quella parte di me dove io cerco di stare il meno possibile, ma dove ritorno continuamente; è un qualcosa in cui ricado continuamente, che non mi rende libero né fiero, però ci ritorno perché lì cerco quello che non troverò mai altrove.

L’annuncio del Natale cristiano è: il figlio di Dio lì vuole nascere, in quella parte di me che non mi piace, che mi mette a disagio, di cui mi vergogno. Il nostro Dio non ha pace finché non nasce lì, finché non porta lì la sua luce, la sua vita.

Ognuno di noi vorrebbe far nascere il figlio di Dio nella parte migliore di sé, nelle azioni migliori, nei sentimenti più belli, nei ricordi più luminosi, ma Gesù dice: “grazie, ma io voglio nascere lì dove sei a disagio, dove sei schiavo, lì voglio nascere”.

Il canto degli angeli, la parola dell’angelo del Signore è soprattutto questa: il figlio di Dio ti aspetta a Betlemme, ti aspettano nella stalla. Si tratta di spalancare quella parte profonda di me alla presenza del Signore della vita. È forte questa cosa. Per questo il Natale è una celebrazione seria, perché continuamente il figlio di Dio lì vuole nascere per portare la sua luce, la sua libertà, la sua pace, la sua gioia. Rinascere dal profondo di noi grazie alla parola di Dio che nasce nella mia stalla e la spalanca, la libera, la riscatta. Io posso rinascere.

Possiamo anche ribaltare questa immagine.

La parola dell’angelo mi porta fuori da me stesso quando sono ripiegato su di me, nei miei pensieri nelle mie preoccupazioni e angosce. La parola dell’angelo vuole destare, svegliare, aprire a un mondo più grande, liberare dalla prigione che io divento per me stesso. A questo proposito regaliamoci un racconto di Pirandello che ha come titolo: “Il treno ha fischiato…”. Il protagonista del racconto è Belluca, un impiegato che tutti prendono in giro, lo considerano un asino scemo che tutti lo maltrattano. Il racconto inizia quando quest’uomo è portato in manicomio. Belluca però non era diventato pazzo. Si era accorto all’improvviso che aveva dimenticato che c’era tutto un mondo di fuori…

“Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, si, ancora esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.

- Magari! - diceva - Magari!

Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.

Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.

Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno. Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati. Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno. S'era tenuto istintivamente le coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.

C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovane era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi... c'erano gli oceani... le foreste…

E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo.

Gli bastava!”

(da Pirandello, “Il treno ha fischiato…”).

Che bello, questo è il canto degli angeli che vanno dai pastori immersi nella loro vita sempre uguale e li sveglia ad una vita più profonda, al sorgere della parola di Dio che li introduce in un modo nuovo di vivere. Nel tran tran della vita quotidiana sempre uguale, un canto, un fischio del treno che mi desti, che mi svegli alla vita vera, che si gioca nella concretezza della vita quotidiana, me la colora, la illumina, la rende più ampia, più libera. È un’immagine di conversione, un’immagine di Natale, di uno che ha spalancato la porta della sua stalla, ha scoperto una vita nuova ed è risorto come da un sepolcro scoperchiato.

Una schiavitù possibile dei nostri tempi è questa, di essere sommersi nella compulsione di una vita che non ha mai riposo, che non ha respiro ed ha bisogno di essere ridestata. Ognuno di noi ha bisogno del fischio del treno, del canto degli angeli per ridestarsi ad un modo nuovo di stare nella vita.

Il servizio che le grandi tradizioni religiose possono fare nel mondo di oggi è proprio questo, di risvegliare le persone alla vita profonda, di tenere vive nel fondo di loro le domande che ci sono dentro, quella brace infuocata che tutti abbiamo dentro ma che nella compulsione della vita quotidiana si copre di cenere. Occorre soffiare via la cenere perché la brace divampi. Allora uno vive la sua vita quotidiana e le sue relazioni nel fuoco della brace non nella cenere.

Gesù dice qualcosa di simile quando racconta la parabola degli invitati alla cena di un ricco signore e spiega come è il regno di Dio.

Lc 14, 21: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. [17] All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. [18] Ma tutti, all'unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. [19] Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. [20] Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. [21] Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi».

La parabola va avanti ma la cosa interessante è questa, che Gesù mette in scena dei personaggi che accampano delle scuse riferendosi ai tratti fondamentali della vita quotidiana: la cura delle proprietà, il lavoro, la famiglia. Gesù sta dicendo: stai attento, c’è un modo di stare nella vita quotidiana che ti impedisce di accedere alla grande festa. È il modo compulsivo di vivere la vita quotidiana che ti impedisce di entrare nella grande festa, nel riposo del cuore. È quello che Genesi nel capitolo 1 ricorda quando racconta come Dio, dopo avere chiamato per nome le cose e queste sono emerse, al settimo giorno si riposa. Dio fa un passo indietro, si siede e dice: “ma che bello!”

Tutte le volte che nella vita ci fermiamo e diciamo: “ma che bello!” noi partecipiamo alla gioia creatrice di Dio, stiamo facendo un’esperienza teologica.

Se tutta la nostra preghiera si riduce a dire: “Che bello, grazie!” è più che sufficiente.

Imparare a riscattare la dimensione del riposo. Quando Dio si ferma e dice: “Che bello!” sta invitando ognuno di noi a non cadere nell’illusione che la nostra vita dipende da quello che facciamo. Se cadiamo in questa illusione, rimaniamo preda della compulsione di dover fare e produrre anche il settimo giorno. Invece hai bisogno di un tempo per fermarti, guardarti intorno, guardare quello che hai fatto negli altri sei giorni e dire grazie, guardare negli occhi le persone che hai intorno e dire grazie, guardare il creato, ascoltare gli altri, celebrare la vita, celebrare la preghiera, questo è il senso del riposo, questo è il senso del settimo giorno: fermarsi insieme alle persone che ami e dire grazie.

Un altro tratto dell’annuncio cristiano lo troviamo in questa poesia:

“Esploderà / non come urlo / bensì come uno sgorgo / di umanità inespressa / del poema / lo zampillo / di purità, / schianterà / la pietra che lo tiene” (Mario Luzi)

È un’immagine dei Padri della Chiesa che dicono: ognuno di noi ha dentro di sé una sorgente interiore profonda che si chiama Spirito Santo, è acqua buona che sgorga, sempre, che uno lo sappia o no, che uno lo voglia o no, sgorga sempre. È Dio che lo chiama per nome. La vita spirituale è questo: fare in modo che la sorgente d’acqua buona interiore che sgorga sempre, anche se sei il più farabutto di tutti, continui a zampillare. La vita spirituale mantiene libera la sorgente perché, per come siamo fatti, essa tende ad ostruirsi: le angosce, le preoccupazioni, i pensieri sul futuro, i ricordi che mi fanno male, il rancore, la rabbia non gestita, il ricadere sempre in quel peccato che mi chiude, la mancanza di speranza, sono foglie secche, rametti che tendono ad ostruire la sorgente che vuole sgorgare. Dalla sorgente sgorga spontaneamente acqua buona. Io non devo scavare la sorgente. La sorgente c’è già, zampilla da sola. Io non devo tirare Dio giù dal cielo, Dio mi respira dentro. Non devo convincerlo ad essere buono come non devo convincerlo a perdonarmi.

Questa sorgente profonda che zampilla sempre, che è lo Spirito di Dio che mi chiama per nome, vuole farmi volare alto, vuole farmi vivere la mia vita con gratitudine fino in fondo, non accontentarmi, vuole rendermi coraggioso e vitale.

La tradizione rabbinica racconta tutto questo con la storia della colombella.

Quando Dio ebbe finito di creare tutti gli animali del mondo, si sedette e dopo qualche giorno, vide una colombella che zampettava davanti al suo trono, triste triste. Dio la interrogò: “Colombella, perché sei triste?” La colombella rispose: “C’è il gatto che mi segue, ho paura!” Dio allora, le regalò due bellissime ali bianche sulla schiena, e le disse “Vai tranquilla”. La sera dopo la colombella ritornò zampettando davanti al trono sempre mogia e Dio le domandò “Colombella che cosa c’è?”, e lei rispose: “Il gatto!” E Dio le disse:” Ma ti ho dato le ali!” “E già, disse la colombella, prima avevo queste due zampette corte che non mi aiutano e adesso ho anche queste due ali sulla schiena che mi pesano e sono ancora più in difficoltà.” Dio allora le disse “Io non ti ho dato le ali perché tu portassi loro, ma perché loro portassero te!”

I rabbini dicono: è così che funziona la relazione tra Israele e Dio. Ecco perché il Signore creatore del cielo e della terra ha dato al suo popolo la Torà. La legge è come le due ali. Israele se le sente addosso come un peso; invece la Torà serve a volare alto, serve a liberare la vita.

La dimensione religiosa della vita vuole farci volare, non vuole tarparci le ali.

Il Vangelo riporta la calunnia che le autorità giudaiche, insieme ai soldati, mettono in giro quando Gesù risorto non è più presente nella tomba, per negare che Gesù è vivo. Le autorità si mettono d’accordo con i soldati perché dicano che il cadavere di Gesù è stato trafugato mentre loro dormivano.

La calunnia è una pietra che vuole chiudere la sorgente interiore, l’annuncio. Ma non si può trattenere l’annuncio della risurrezione.

Come si propaga l’annuncio?

Un annuncio che genera l’immaginazione.

Il cardinale Van Thuan e le guardie del carcere (cfr. Van Thuan, Testimoni della speranza, 98).

I gerarchi comunisti avevano messo due guardie a sorvegliarlo e le cambiavano ogni 15 giorni ma dopo un po’ non le hanno più cambiate, hanno lasciato le stesse perché piano piano le aveva “contaminate”, raccontando di un mondo diverso da quello del Vietnam comunista.

Le parole del cardinale accendono l’immaginario delle sue guardie. E’ così che funziona l’annuncio cristiano: ognuno di noi si è innamorato del Signore Gesù quando la sua immaginazione è divampata, conquistata dal Signore Gesù.

La potenza della parola tiene viva l’immaginazione (papa Giovanni Paolo II che da giovane faceva “Il teatro della resistenza”).

Un annuncio che abbatte i muri. Scegliamo l’esempio dell’emorroissa,

Mc 5, 25-34: [25] Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia [26] e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, [27] udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: [28] «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». [29] E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.

[30] Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». [31] I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». [32] Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. [33] E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. [34] Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male».

Lo sguardo di Gesù fa emergere dalla folla indistinta la persona destinata a dire: eccomi. (Come Dio in Genesi 1, che guarda e chiama per nome.) La donna si butta in ginocchio, è consapevole di aver infranto la Torà perché non poteva toccare nessuno nelle sue condizioni, e tremante dice apertamente tutto. In questa situazione Gesù ha due possibilità: chiudere di nuovo quella donna nel suo sepolcro o liberarla. Gesù non fa finta di niente, fa molto di più, butta giù il muro che ha isolato questa donna per 12 anni e davanti a tutti dice: “figlia la tua fede ti ha salvata, va in pace.” Gesù sta indicando questa donna pubblicamente come un esempio di fede. Questa donna è liberata dal male, non solo dalla sua malattia, ma dall’umiliazione, dal male dell’ignoranza, dell’ideologia.

Ognuno di noi, con lo sguardo e la parola, ha il potere di seppellire le persone nel loro carcere o di riscattarle dalla morte, di farle risorgere. Abbiamo questo potere.

Lo Spirito del Signore

  • ci permetta di vivere la gioia di poter con fiducia spalancare le porte della nostra stalla interiore per consegnarla alla potenza di vita che vuol far emergere il meglio di noi,
  • ci permetta di sentire il fischio del treno che ci ridesta, che ci fa uscire dal nostro mondo troppo buio,
  • ci permetta di scoprire che il mondo è grande e che la vita vale la pena di essere vissuta fino in fondo.

ESERCIZI SPIRITUALI DI AVVENTO 2017

LA PAROLA DI DIO NON E’ INCATENATA (2 Tim 2,9)

Lunedì 20 novembre - 1° incontro

1Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù 2e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri.
3Insieme con me prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù. 4Nessuno però, quando presta servizio militare, s’intralcia nelle faccende della vita comune, se vuol piacere a colui che l’ha arruolato. 5Anche nelle gare atletiche, non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole. 6L’agricoltore poi che si affatica, dev’essere il primo a cogliere i frutti della terra. 7Cerca di comprendere ciò che voglio dire; il Signore certamente ti darà intelligenza per ogni cosa.
8Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, 9a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! 10Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. 11Certa è questa parola:

Se moriamo con lui, vivremo anche con lui;
12se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo;
se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà;
13 se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele,

perché non può rinnegare sé stesso.

(2 Tim 2,1-13)

Ho pensato di stare su questo tema: “La parola di Dio non è incatenata” che può essere il titolo di queste tre sere. E’una frase tratta dalla seconda lettera a Timoteo, che abbiamo appena letta.
Paolo scrive questa lettera mentre è in carcere. Carcere è una parola che deriva dall’ebraico o dall’aramaico, e vuol dire, sepolcro. Il carcerato è un uomo nel sepolcro, un uomo sepolto. Quindi chi scrive dal carcere è un uomo che si sente sepolto, che si sente sottoterra e, come le cose grandi che sono sottoterra, percepisce il fremito di qualche cosa che vuole emergere per portare vita, si sente un seme, un seme che sottoterra sta facendo l’esperienza della morte, e sta vivendo l’esperienza della vita. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo” dice Gesù. Se invece muore il fremito della vita attraverso di lui porta molto frutto.
Vorrei rimanere su questa immagine della Parola in un contesto ostile.

Una Parola sotterranea

Paolo è prigioniero, a Roma. Porta in cuore l’urgenza di un messaggio vitale, che vuole sgorgare dal buio e portare luce e vita, come il germoglio di grano da sottoterra. La vita dalla morte, il fuoco dalla terra, il canto dal silenzio. Vita anzitutto per lui, il primo ad averne bisogno.
La Parola matura nel buio e nel silenzio del carcere, della vita ritirata, diminuita.

La Parola che Paolo sente di portare in sé è innanzitutto una parola carcerata, nel sepolcro. Paolo è in carcere a Roma e porta in cuore l’urgenza di questo messaggio vitale che vuole sgorgare dal buio e portare luce e vita. Come il germoglio di grano che da sottoterra vuole emergere. La vita vuole sgorgare dalla morte, il fuoco vuole sgorgare dalla terra, il canto vuole emergere dal silenzio. La nostra vita è continuamente il risultato della tensione tra poli opposti. La nostra cultura occidentale si concentra piuttosto su un polo e cerca di rimuovere l’altro: si esalta la vita e si parla poco della morte, si esalta la luce e si rimuove il buio, si esalta la gioia e si rimuove il dolore. Il mondo orientale invece ha mantenuto una percezione più profonda del fatto che dove fiorisce la vita, fiorisce anche la morte, non c’è gioia senza dolore, non c’è bianco senza nero.
Paolo vuol far sgorgare dal buio che sta vivendo una parola di vita, anzitutto perché ne ha bisogno lui. La parola di Dio, la parola di vita e di speranza matura nel buio e nel silenzio del carcere, in questa vita sepolta.
Per chi di noi si sente sepolto, aggravato, appesantito dagli anni, dai pensieri, dalle angosce il messaggio è: la vita è potente e proprio lì dove io vedo buio e confusione, silenzio e caos, la vita lì, sta lavorando, più in profondità di quello che io capisca o riesco a dire. Bisogna avere fiducia nella potenza profonda della vita.
Paolo sta dicendo che lui è in carcere, è in catene, ma la parola di Dio non è incatenata. Questo ma è importante e torna spesso nei Vangeli. Ad esempio, ripensiamo come l’evangelista Luca racconta l’incontro tra Gesù e Pietro

Lc 5, 1-6: “[1] Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret [2] e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. [3] Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.
[4] Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». [5] Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». [6] E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano

Ma se me lo dici tu lo faccio. Gesù ha autorità, autorevolezza, quando parla la gente lo ascolta volentieri, sa prendere posizione, non ha paura degli avversari… Pietro si fida: il ma della fede. Per cui anche se le circostanze sono ostili non importa, perché lo Spirito del Signore, la parola di Dio, vuole cambiare dal di dentro le cose, ha la sua potenza, ha il suo dinamismo, crea vita, crea novità, la parola di Dio è creativa.
Un padre missionario, padre Augusto Gianola, ha scritto questa preghiera, la preghiera del “ma” o del “anche se”:

“ti adoro Signore anche se non so cosa vuol dire
ti ringrazio anche se solo parole,
ti chiedo perdono anche se non so piangere,
ti offro tutto anche se non ho niente,
ti voglio amare anche se ne sono totalmente incapace”

Anche se… è una teologia questa. Le condizioni sono avverse, ma io mi metto in gioco. Ho pescato inutilmente tutta la notte, ma, se lo dici tu, io vado. Io sono in carcere, ma, la parola di Dio non è in carcere. Questa parola emerge dal silenzio del carcere; il canto di fede di Paolo emerge.
Se apriamo la Bibbia e leggiamo il primo racconto Genesi 1, si trova questo: dal caos iniziale, dove tutto è mescolato insieme, Dio guarda, dal fondo del suo amore e comincia a chiamare le cose per nome, la parola di Dio risuona nel silenzio del caos indistinto e comincia a far emergere le cose: Dio dice luce e dal caos emerge la luce e la luce freme di gioia perché il suo creatore la sta chiamando per nome ed emerge e si separa dal buio, questa è la creazione:

La Parola dal silenzio
Come già dal fondo dei tempi, la Parola emerge dal silenzio… (cfr. Gen 1)

Dio chiama le cose per nome cioè entra in relazione con loro e queste cominciano ad essere sé stesse. Ognuno di noi questa sera è qui perché Dio lo sta chiamandolo per nome, è in relazione con lui. E il fatto che Dio lo chiami per nome, vuol dire che ognuno di noi è già risposta a una chiamata. È commovente.
È importante conoscere il nome delle cose e dare un nome alle cose. E così è nelle relazioni con le persone, dobbiamo conoscerle per nome.

La ricerca, nel silenzio del carcere, nel silenzio di Dio, della Parola di Dio… nel buio caos dell’abbandono, della prigionia, quando ci si sente sprofondare nella terra, nell’impossibilità di vivere…

“Rachele aveva parlato a voce alta come se le sue parole dovessero attraversare cento cieli, ma dopo quella supplica accorata la sua anima era priva di forze. Cadde in ginocchio e chinò il capo tremante a terra, mentre le ciocche dei capelli le scendevano lungo il corpo come un torrente di acqua nera. Così stava Rachele, in ginocchio, nell'attesa di ricevere la risposta di Dio.
Ma Dio taceva.
E niente è più terribile del silenzio di Dio, così in terra come in cielo, o fra le nuvole che volteggiano tra di essi. Quando Dio tace, il tempo non esiste più e la luce scompare, non vi è più distinzione tra il giorno e la notte e in tutti i mondi abita solo il vuoto dell'inizio. Ciò che ha movimento cessa di muoversi, si arresta nei fiumi quel che scorre, ciò che fiorisce non può fiorire, e neppure il mare sa ondeggiare senza la sua intima parola. Ma sulla terra nessun orecchio riesce a sopportare il frastuono di questo silenzio, nessun cuore può sostenere la stretta di questo vuoto: al suo interno, finché egli tace, può esservi Dio soltanto, e non il vivente, poiché egli è la vita della vita.” (da S. Zweig, Rachele litiga con Dio)

Come a dire: la Parola di Dio chiama senza posa all’esistenza tutte le cose: se tace, il cosmo ri-sprofonda nel caos originario. Tutto ciò che si esprime nel regno dell’esistenza è chiamato per nome dal Dio Creatore… (cfr. Gen 1). All’origine (cioè al fondo delle cose, in ogni tempo e luogo) la Parola di Dio emerge dal silenzio senza fondo…
Ognuno di noi partecipa all’esistenza perché Dio lo sta chiamando per nome, dal fondo del silenzio emerge la parola che mi costituisce.
Nei momenti di angoscia, quando siamo nel buio e non sappiamo cosa fare, chiediamo al Signore di parlarci, di sostenerci con la sua Parola.
Chi partecipa all’avventura dell’esistenza, partecipa anche alla dimensione del silenzio di Dio…

“In me c’è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole, che stancano perché non riescono a esprimere nulla. Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per trovare quelle poche che ci sono necessarie. E questa nuova forma di espressione deve maturare nel silenzio” (Etty Hillesum, Diario)

Facciamo silenzio ed entriamo dentro noi stessi e diamo un nome ai sentimenti che viviamo, che ci angoscia, che ci tormenta … è paura, umiliazione, rabbia, gratitudine, speranza… Dare un nome a quello che abbiamo dentro è il lavoro fondamentale che ognuno di noi deve fare continuamente. Che cosa porto nel mio cuore? Quali sono i sentimenti che ho dentro? Allora sarà più semplice trovare una via per saltarci fuori. Se uno dà un nome alle cose e le fa emergere dal caos dell’indistinto che ha dentro allora poi può metterci mano. Gesù nel Vangelo dice: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Dare un nome alle cose permette di iniziare un cammino di liberazione. Paolo è in carcere sta facendo questo e dà un nome alle cose che ha dentro. Spesso i momenti di prigionia, di solitudine sono dei momenti di liberazione. Ad esempio, ricordiamo Sant’Ignazio di Loyola che nel tempo della malattia, quando è costretto a letto, si mette a leggere la vita dei santi e la vita di Gesù e si accorge che leggendo le vite dei santi ne rimane attratto e ne esce nuovo. Nell’immobilità della malattia si è aperto allo Spirito del Signore e si è ritrovato uomo nuovo.
Nei momenti di difficoltà abbiamo due possibilità: mi apro alla presenza di Colui che fa sgorgare la vita dal profondo o mi richiudo su me stesso e mi piango addosso.
Cosa faccio dei sentimenti che scopro dentro di me? Occorre capirli e affrontarli, se no rimangono lì a rodermi.

La forza dalla debolezza

Allora diventa possibile fare del carcere, della solitudine forzata, una fucina di intimità con le forze profonde della vita, con il Signore e Creatore di ogni esistenza. Diventare, nell’impossibilità di fare (e quanto questa impossibilità doveva costare all’infaticabile apostolo delle genti!) un cuore che si lascia plasmare da forze segrete e più profonde della coscienza...

“Durante la mia lunga tribolazione di nove anni di isolamento, in una cella senza finestre, a volte sotto la luce elettrica per molti giorni, a volte nell'oscurità, mi sentivo soffocare per il caldo e l'umidità, al limite della pazzia. Ero ancora un giovane vescovo, con otto anni di esperienza pastorale. Non riuscivo a dormire, ero tormentato al pensiero di dover abbandonare la diocesi, di lasciar andare in rovina tante opere che avevo avviato per Dio. Sperimentavo come una rivolta in tutto il mio essere.
Una notte, dal profondo del cuore una voce mi disse: “Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che hai compiuto e desideri continuare a fare […] tutto questo è un’opera eccellente, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutto ciò, fallo subito, e abbi fiducia in lui! Dio farà le cose infinitamente meglio di te. Egli affiderà le tue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere”
(F.X. Nguyen Van Thuan, “Testimoni della speranza, p. 61-62)

Che cosa faccio della mia debolezza? Posso consegnarla al Signore.

Salmo 18: Ti amo, Signore, mia forza,
[3] Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore;
mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo;
mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.
[4] Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.

Avere fiducia in quello che avviene dentro di me anche quando non me ne accorgo, anche quando mi sento soltanto stanco, deluso. Avere fiducia che la vita trova il suo sentiero, è un modo per essere fiduciosi nella bontà e nella profondità della vita.
E’ quel processo creativo, che anche Dostoevskij descrive, quando parla della creazione narrativa… L’intuizione che le cose grandi avvengono, in me, più in profondità di quanto io stesso non sappia riconoscere…

"Il poema, secondo me, si presenta nell'anima del poeta come una pietra preziosa, come un diamante formatosi naturalmente, già perfetto e rifinito in tutto ciò che vi è in esso di sostanziale, ed è in questo che consiste il primo intervento del poeta, quale inventore e creatore, la prima fase della sua creazione. Si potrebbe anche dire che non è neppure lui il vero creatore, bensì la vita, la possente sostanza della vita, l'autentico Dio vivente, che concentra la sua forza e la varietà della sua possanza creativa in certi luoghi eletti, perlopiù in un cuore generoso e in un grande poeta, cosicché se si può dire che non è il poeta stesso l'autentico creatore [...] tuttavia la sua anima è indubbiamente la miniera che crea il diamante, senza la quale esso non potrebbe neppure esistere. Dopodiché si ha la seconda fase dell'intervento del poeta, fase che non è così profonda e misteriosa come la prima, ma in cui egli opera soltanto come artista, e cioè, dopo aver trovato il diamante, lo rifinisce e lo ripulisce alla perfezione. (Qui la parte del poeta è quasi soltanto quella di un gioielliere)" (Dostoevskij, Lettera a Majkov, 15 maggio 1869).

Il cuore di un poeta è come una miniera dove misteriosamente le forze della vita e di Dio stesso lavorano perché si formi il diamante….
Le forze della vita lavorano dentro di me e stanno compiendo un miracolo. Io non so ancora niente e il miracolo emergerà a suo tempo.

Cosa fa Paolo nel carcere oltre ad aprire la sua prigionia alla presenza del Signore, oltre ad aggrapparsi alla parola di Dio? Paolo torna al tema della memoria.

Custodire la memoria

L’importanza della memoria: nella buia immobilità del carcere, il ricordo della vita di un tempo, delle persone, delle vicende: di come la Parola ha nutrito, sostenuto, generato vita.
Non dimenticare ciò che Dio ha compiuto in me ed attorno a me, per non dimenticare chi sono io…
Gesù ci raccomanda: “non dimenticatevi di me, se vi dimenticate di me, non saprete più chi siete”.
Per il discepolo di Gesù, la memoria è essenziale: “Fate questo in memoria di me”. Ripetete i gesti di questa sera, ricordate che vi ho amato fino in fondo, vi ho lavato i piedi, voi siete la mia ricchezza, la mia gioia, e tutte le volte che celebrerete l’eucarestia riemergerà in voi la consapevolezza di chi siete, voi siete gente che io ho amato, perché Dio vi ha amato fino in fondo attraverso di me. Se smetterete di celebrare l’eucaristia non vi ricorderete più chi siete.
“Fate questo in memoria di me”. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia si risveglia in noi la consapevolezza che siamo amati, custoditi, coltivati, liberati…
Ecco perché il card. Van Thuan celebra ogni volta che gli è possibile l’Eucaristia, con due acini d’uva e qualche chicco di grano nel palmo, e scrive in foglietti clandestini i passi del Vangelo che ricorda a memoria…
“Ho bisogno di celebrare il Mistero, per non dimenticare chi sono…”
Per questo Paolo comincia la lettera a Timoteo ritornando più e più volte sul tema del ricordo… Il ricordo come luogo della relazione con il Signore della vita.
(Cfr. John Merrick, “The elephant man”: la madre gli insegna il salmo 23…)

Sottocategorie

Catechesi 2016-17

La proposta formativa di quest’anno è molto variegata e si articola in vari momenti:

  • La catechesi del giovedì sera alle ore 21 in S. Giovanni Bono
  • tre sere di esercizi spirituali per adulti il 21-22-23 novembre alle ore 21 in S. Bernardetta
  • sei incontri di scuola biblica
    • tre nei sabati 7-14-21 gennaio alle ore 18 in SS Nazaro e Celso
    • tre nei sabati 6-13-20 maggio alle ore 18 in SS Nazaro e Celso
  • quattro incontri quaresimali nei venerdì 17-24-31 marzo e 7 aprile alle ore 21 in S. Giovanni Bono
  • tre incontri decanali sulla famiglia alle ore 15.30, il 12 novembre a S. G. Barbarigo, 14 gennaio a S. M. Ausiliatrice e il 1° aprile a S. Rita

 Di seguito i documenti degli incontri:

 

"LE PREGHIERE DI GIACOBBE" di Laura Invernizzi

  • Lunedì 21 Novembre
    La presenza di Dio nel desiderio
  • Martedì 22 Novembre
    La ricerca di Dio nell’angoscia
  • Mercoledì Novembre
    L’incontro di Dio nella lotta

"LE PAROLE E LE OPERE DI MISERICORDIA"

  • Venerdì 26 Febbraio
    con Don E. Scarpellini
  • Venerdì 11 Marzo
    con N. Benazzi
  • Venerdì 18 Marzo
    con Suor A. Casati