Nella coppia si vive l’esperienza dell’amore rimanendone così affascinati che lo si dice al mondo!
L’amore è una malattia contagiosa e trasmissibile!
Quando ci si sente e si è amati si vive ogni cosa, si guarda la realtà da un altro punto di vista, si è portati ad un sano ottimismo, ad affrontare le sfide e le prove con più determinazione, coraggio, speranza. Questo lo coglie chi ci vive accanto e ne rimane contagiato. L’amore ricevuto spinge a farci veicolo di questo dono, a ridonarlo e a condividerlo.
Nella vita di coppia, nell’essere coniugi si è protagonisti di questa dinamica, si da e si riceve amore.
L’amore è più grande di chi lo fa e di chi lo riceve, è esplosivo, straborda, fuoriesce.
Quando in una coppia vi è vero amore esso non soltanto arricchisce e impreziosisce la vita dei coniugi, ma lambisce e rende fertile la vita di chi li incontra, diviene generativo.
Al contrario l’amore autocentrato ed egocentrico rimane asfittico, lascia insoddisfatti, chiude le porte, è impaurito, fragile, …
Ogni famiglia cristiana è chiamata a guardare l’amore di Gesù, unico vero maestro, e farsene imitatrice. La famiglia cristiana riceve la grazia sacramentale per essere sostenuta, incoraggiata, messa in grado di vivere l’amore al modo di Gesù.
Ecco allora che si allargano i paletti della tenda perché altri possano stare all’ombra di questa relazione: consolandosi, incoraggiandosi, ritemprandosi, …
Quante famiglie sono state e sono ancora oggi capaci di meravigliosi gesti d’amore, adottando (non importa se giuridicamente o meno) altri figli, altri nonni, altri coniugi, altri vicini bisognosi di attenzione, cura, affetto.
La grande famiglia che è la Chiesa vive la stessa dinamica! Se non si chiude tristemente su di sé, se lascia entrare la storia dell’altro nella propria, se accompagna in un cammino di ricerca del bene, della pienezza, non può non diventare generativa.
Anche noi nel nostro piccolo vogliamo provare ad esserlo.
Nel piccolo di tante famiglie attente a chi è vicino, senza verificare se è dei nostri o meno; nel piccolo di una comunità che vuole aprirsi al fratello che è lì, attende solo una mano tesa.
Così nacque dieci anni or sono l’esperienza denominata dapprima “La Scala”, ora ricompresa in un progetto più ampio e completo, nominato Arda, dal nome della terra di mezzo del memorabile “Signore degli anelli” di Tolkien.
Così giovani neo maggiorenni, giunti in Italia come minori non accompagnati, alle soglie dell’esperienza lavorativa desiderosi di guadagnare l’agognata autonomia, trovano nei nostri ambienti e nelle nostre attenzioni quella famiglia lasciata lontano.
Sono per loro mesi di ricerca, di un lavoro stabile, di una identità, di un alloggio; un tempo in cui non sono lasciati soli, ma accompagnati e sostenuti. Tante attenzioni da parte degli educatori, e un grazie speciale a don Matteo che con tanta passione ha in questi dieci anni seguito questi giovani, alle famiglie tutor che hanno affiancato nella semplicità e nella fraternità domestica alcuni di questi ragazzi, un grazie a chi di noi non li ha persi di vista e li ha sempre guardati con un sorriso.
Oggi ci raccontiamo questa storia, nei prossimi mesi ne parleremo più diffusamente sul giornalino e in una mostra.
Tutti siamo chiamati a guardare con gioia a questo amore che straborda e a pregare perché ogni nostra famiglia si lasci travolgere dall’amore di Gesù, capace di far fiorire il deserto
