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IL DOVERE DELLA PROFEZIA

Non è difficile immaginare la vita di ciascuno di noi: una sveglia che suona, la scuola o il lavoro che attende, un piccolo indugio e l’essere già in ritardo, l’incalzare di tutti gli appuntamenti e gli impegni che abbiamo immesso nella giornata, quell’incontro piacevole ma per il quale sembra non esserci mai tempo, la sera che incombe con la stanchezza che avanza, l’agognato riposo.

Forse alcuni di noi sono usciti da questo vortice lavorativo, ma il dovere di nonni o di figli di genitori anziani avvolge le nostre giornate; altri troppo in là con gli anni per partecipare ancora a queste corse hanno imparato a convivere con acciacchi, visite mediche e orari scanditi dalle medicine da prendere.

In questo vortice la televisione e i social che, a seconda dell’età, fanno da sfondo alla nostra vita, continuano a propinarci notizie di guerre.

Noi abbiamo finito con l’assuefarci, con il considerarlo normale, inevitabile, con il conviverci cercando di assicurarci che questi rumori non si facciano troppo vicini, arrivando a dire nelle nostre preghiere “grazie perché io non sono là”.

Qualcuno lancia qualche segnale: uno sciopero, un corteo, uno scampanio, un digiuno, … poi tutto torna nei ranghi.

Difficile, davvero difficile comprendere come muoversi.

Intanto non possiamo assuefarci al cinismo dell’ineluttabile, alla scorciatoia del girare canale.

Abbiamo il dovere di lasciarci raggiungere dallo strazio del grido di chi soffre, abbiamo il dovere di non dimenticare ogni conflitto che affligge la terra, anche quelli che la comunicazione nasconde e non dice. E’ questa certamente l’occasione per riscoprire le riviste missionarie, sempre attente a quegli angoli di mondo dimenticati, ma in cui, quotidianamente, i nostri missionari sono in prima fila. La lettura, anche nella forma digitale anziché cartacea, ci tiene desti, ci stimola ad una condivisione reale, nella preghiera e non solo.

Raggiunti da una comunicazione più onesta, meno faziosa o accondiscendente, possiamo evitare un parlare superficiale e banalizzante, smettiamo di porci di fronte ai conflitti come tifosi di una partita di calcio dove si debba schierarsi per l’uno o per l’altro. Noi dobbiamo essere il popolo della pace, che passa dal dialogo, dalla comprensione dell’altro, dalla fatica della convivenza, dalla pazienza dei piccoli passi, dalla forza dirompente dell’amore.

Anche a distanza di kilometri da un conflitto, nutrire una cultura e un’abitudine di vita segnata da logiche di pace è come custodire una foresta che dona ossigeno al mondo intero. Lo sforzo per custodire le foreste siano esse amazzoniche o africane, non è fatica senza benefici per il pianeta intero, così essere oggi impegnati a costruire famiglie, comunità cristiane, città pacificate è donare benessere al mondo intero.

Il nostro arcivescovo ci ha richiamati al dovere della profezia, ricordandoci che essa ci indica che noi non ricaviamo le nostre parole dalla semplice analisi della situazione o dalla paura delle conseguenze per noi, ma dall’ascolto dalla voce dello Spirito, nella consapevolezza che la profezia è impopolare, è assunzione di responsabilità a costo della vita.

Credere alla pace è allora la decisione folle di non rimanere inerti; di trovare e destinare, in una vita piena, del tempo per informarsi e conoscere; di credere nella forza invisibile della preghiera; di porre in essere gesti pacificanti anche laddove ne rimaniamo feriti; …

Anche come comunità cristiana proviamo ad immaginare come aiutarci in questo cammino!