“Il discernimento ecclesiale non è una tecnica organizzativa, ma una pratica spirituale da vivere nella fede.
Esso richiede libertà interiore, umiltà, preghiera, fiducia reciproca, apertura alla novità e abbandono alla volontà di Dio. Non è mai l’affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma di pareri individuali; ciascuno, parlando secondo coscienza, si apre all’ascolto di ciò che altri in coscienza condividono, così da cercare insieme di riconoscere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese»
(Ap 2,7). Prevedendo l’apporto di tutte le persone coinvolte, il discernimento ecclesiale è allo stesso tempo condizione ed espressione privilegiata della sinodalità, in cui si vivono insieme comunione, missione e partecipazione. Quanto più tutti sono ascoltati, tanto più il discernimento è ricco. Per questo è fondamentale promuovere un’ampia partecipazione ai processi di discernimento, con una particolare cura per il coinvolgimento di coloro che si trovano ai margini della comunità cristiana e della società.”
Sono parole del documento finale del sinodo che ha visto impegnata per tre anni la Chiesa universale, sono riflessioni e indicazioni che riguardano anche noi.
Il nostro vescovo nel documento con cui ci ha offerto a inizio anno le indicazioni per il cammino, ci ha chiesto di riconoscere nei testi sinodali le parole di sale e di fuoco che possono dare spinta al nostro essere Chiesa di Gesù.
Con il consiglio pastorale ci impegniamo a fare tesoro di questo dono magisteriale, verificandoci e lasciandoci indicare nuove strade.
L’altra sera abbiamo aperto un confronto sulle nostre pratiche sinodali; il capitolo terzo è dedicato alla conversione dei processi, cioè delle modalità con cui giungiamo a prendere delle decisioni e le diamo forma.
Il dialogo non aveva l’attenzione solo sul modo di essere consiglio pastorale, ma di osservare quanto nei vari ambiti del nostro essere comunità cristiana viviamo questo discernimento ecclesiale.
Riconosciamo il cammino in atto, come i vari ambiti di vita parrocchiale, le varie realtà si stiano dotando di modalità condivise di discernimento, nella consapevolezza di quanto questo richieda tempi più lunghi, ma porti il beneficio di una maggior condivisione.
Ecco allora che la caritas ha un’equipe di coordinamento e così i suoi vari ambiti di servizio (ascolto, progetto Arda, doposcuola, …); altrettanto si sta cercando di fare per la pastorale giovanile, la catechesi, la liturgia, …; le decisioni economiche sono condivise nel consiglio per gli affari economici, …
Certo ci rendiamo conto che dovremmo essere più attenti nel comunicare l’esito di questi processi e nel condividerlo, anche per favorire una miglior verifica del lavoro compiuto.
Quello della trasparenza e della verifica sono altri due punti fondamentali su cui, come Chiesa, siamo chiamati a crescere.
Questo sguardo complessivo ci ricorda che la questione che ci riguarda tutti, anche nel nostro piccolo di singoli fedeli.
Allora anche come singolo sono chiamato a chiedermi quanto nel mio parlare nella Chiesa o della Chiesa io abbia uno sguardo ampio, comunitario e quanto non sia invece solo portatore di una ristretta visione personale, arroccato attorno ad un bene di parte o di gruppo.
Mi chiedo se ho il desiderio di essere partecipe del discernimento ecclesiale, se sia disposto a regale il mio tempo e le mie energie per un ragionare condiviso. Se ho la consapevolezza che non sono un numero, ma un battezzato che è parte viva di un corpo ecclesiale, chiamato ad essere in cammino con i fratelli perché portatore di un dono unico affidato a me da Dio.
C’è nella comunità il desiderio di un ampio coinvolgimento, di un ascolto autentico, ma siamo consapevoli che ancora non abbiamo trovato gli strumenti più idonei perché questo avvenga, il contributo di tutti diventa importante per trovare la via, soprattutto perché anche la voce degli ultimi possa essere ascoltata.
Il confronto continua e nei prossimi incontri avremo modo ci lasciarci guidare dagli altri capitoli del documento.
Aiutiamoci insieme.
