Quando pensiamo alla vita istintivamente la nostra mente dipinge un’esistenza operosa, attiva, dinamica, piena di interessi, passioni, vivacità, … e lo sfondo è un bel cielo sereno.
Se ci pensiamo bene è questo un ritratto idilliaco ben poco rappresentativo della realtà.
Ce ne accorgiamo quando passiamo dal piano ideale alla concretezza delle nostre ore che più spesso sono ingolfate, esageratamente di corsa, piene di imprevisti, spesso poco piacevoli, bloccate da impossibilità, frenate dalla fatica e dalla stanchezza, … con un cielo grigio.
Ne diventiamo pienamente consapevoli quando la sofferenza bussa alla porta: la malattia toccata in sorte a noi o a un nostro caro, una difficoltà di grande portata che intacca la vita ordinaria, fino all’incontro con la morte.
Spesso ci rifiutiamo di pensarci, ma è la vita stessa a rimetterci davanti questo dato di realtà.
Allora cercando di prenotare un esame medico, stando in paziente attesa per una visita nella sala di qualche ospedale, ci rendiamo conto di quanto questa realtà coinvolga davvero un numero impressionante di persone. Un piccolo dato per capire di cosa parliamo: in Italia 25 milioni di persone (40% della popolazione) convive con almeno una malattia cronica.
Forse allora vale la pena di ripensare al nostro immaginario e, soprattutto, è il caso di rivedere il nostro stile di vita, lasciandoci sempre più segnare dall’insegnamento evangelico.
Non alludo, infatti, alla questione di un modo di vita volto maggiormente a tutelare la salute, lascio il compito di fornire questi consigli a chi di dovere, faccio invece riferimento alla necessità di integrare la malattia nei possibili e probabili ospiti della vita, di trovare un diverso rapporto con essa e, soprattutto, di rimettere al centro la fraternità.
In primis, dunque, fare pace con la possibilità della malattia e della sofferenza, riconoscendo che il progresso non la elimina, aiuta nelle cure, nel lenirla, nel limitarla, … ma dobbiamo tornare a riconoscere che l’esperienza terrena è segnata, profondamente, dal limite, dall’imperfezione.
Dobbiamo smettere di pensare che il medico e la medicina possano sempre guarirci, riconoscendo che anche loro appartengono alla realtà e sono, pertanto, limitati.
Questo non deve impedirci di lottare, personalmente combattendola e umanamente promuovendo la ricerca, ma deve anche condurci a integrarla, imparando a perseverare nell’amore, convertendoci dall’idea che il valore della vita sta nell’efficienza, nella capacità di produrre risultati, nell’essere performanti. Arrivando, quando la situazione lo richiede, a fare della pazienza e della sopportazione che essa richiede, un dono da offrire a Dio, unendoci alla sua croce per il bene dei fratelli.
Ecco allora un’altra dimensione fondamentale da vivere. Non posso pensare che il malato debba essere affidato in via esclusiva agli specialisti del settore: medici, ospedali, case di cura, badanti, …
La personale esperienza della sofferenza ci ha resi edotti dell’importanza di non essere lasciati soli, di avere vicino qualcuno che condivide, che ci vuole bene. A partire da questa consapevolezza non può venire meno la nostra vicinanza al fratello (ricordiamoci che tutti lo sono), sia esso il parente o il vicino di casa o lo sconosciuto che vedo nel dolore.
La giornata del malato che celebriamo nel giorno dell’apparizione della madonna a Lourdes è un’occasione per ricordarci di tutto quanto appena scritto, è certezza di avere un Dio vicino anche e soprattutto in queste circostanze, è riferimento certo per un rinnovato approccio alla vita.
