La Chiesa, nel tempo, ha offerto ai suoi figli delle indicazioni che la sapienza le ha suggerito, a fronte del rischio di smarrire modi di essere preziosi.
I genitori e tutti coloro che educano sanno bene che l’essere umano tende a risparmiarsi se appena lo ritiene possibile, valutando che un dato obiettivo non è poi così prioritario, un particolare esercizio è in fondo superfluo, altro ancora non indispensabile … non certo a fronte di un vero percorso di discernimento, semplicemente optando per ciò che appare più comodo.
La confessione appartiene a quelle cose mai amate, sempre rinviate, quando non addirittura deliberatamente accantonate, non certo da ora, tanto che la Chiesa ha dato come precetto di confessarsi una volta all’anno, almeno a Pasqua, una sorta di minimo insindacabile!!! Gesù forse aggiungerebbe: a causa della nostra durezza di cuore.
Forse vale la pena di riconoscere la necessità di un capovolgimento di prospettiva: si tratta infatti di celebrare il sacramento della riconciliazione, cioè di riconoscere un dono preparato per noi, una grazia, che il Signore ci rende disponibile attraverso il rito del sacramento.
Ancora una volta il soggetto dell’azione non siamo noi, ma Lui: è Dio che vuole riconciliarsi con noi, ci viene incontro per offrirci la possibilità di liberarci dal peso che grava sulla nostra vita.
Non sono semplici parole di conforto o incoraggiamento, è dono reale, efficace che raggiunge la nostra esistenza, non possiamo fabbricarcelo da soli, immaginarcelo, lo riceviamo realmente, come per tutte le altre grazie che ci sono offerte nei sacramenti.
Posso pensarmi cristiano anche senza il sacramento del battesimo, ma è in esso che mi giunge la grazia di Dio che opera in me un cambiamento: un conto è pensarlo, desiderarlo, volerlo, altro è riceverne in dono la realtà.
Dicono le scritture “lasciatevi riconciliare con Cristo”, lasciatevi, appunto, non opponiamo resistenze al dono che Dio ha pensato per noi.
Diciamo che nella Pasqua siamo salvati, lasciamo allora che questo dono ci raggiunga, che in noi sia vinto il male, il peccato perché si generi in noi la vita, quella nuova, vera, in Cristo.
Talvolta facciamo fatica a pensarci come dei salvati, ci sentiamo estranei a questo dono perché ci pensiamo (più o meno nascostamente) già riconciliati, già “a posto”, come tradisce la nostra incapacità di riconoscere il nostro peccato, spesso sminuito, derubricato, inteso come prassi ordinaria dell’essere vivente, come se il nostro punto di riferimento non fosse l’uomo-Gesù, ma la mediocrità umana.
Il nostro ascolto della Parola è occasione di rivelazione di quanto siamo invitati ad essere e ci è dato per dono, sempre nella grazia dei sacramenti, siamo dunque ben più che ciò che la mondanità cerca di insinuare in noi.
Consapevoli di questo dono e di questa possibilità dovrebbe nascere in noi il desiderio di riconsegnarci a Dio per essere riconciliati con Lui.
Da ultimo obiettiamo che non vediamo le ragioni di dover passare attraverso la mediazione di un prete che, in fondo è un uomo come noi, … Su questo si potrebbe allungarsi in lunghe dissertazioni storiche, teologiche e psicologiche, ma, più semplicemente è bene ricordarci che ogni grazia sacramentale ci è sempre mediata da una presenza umana che rende possibile il dono!
Lasciamoci riconciliare!
