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II Domenica dopo l'Epifania (Gv 2,1-11)

Carissimi,

cosa è rimasto nel cuore dopo gli avvenimenti drammatici di questi giorni? La tristezza per aver constatato tanta malvagità. Lo smarrimento per non sapere più esattamente cosa fare, forse ancora di più una certa rassegnazione che paralizza la fiducia e le attese per il domani.

La Parola potente del profeta Isaia che abbiamo ascoltato, (che è espressa in un contesto di giudizio conclusivo, escatologico, sulle cose e sul mondo) esprime una grande promessa: quella di un banchetto definitivo dell'umanità, quella di una presenza visibile di Dio davanti ai suoi figli, quella di una vita senza lacrime. E' facile constatare come queste bellissime parole riassumono e interpretano tute le attese, le speranze, i desideri di ogni uomo, di ciascuno di noi. Noi abbiamo bisogno di ricevere promesse e di fare promesse, perchè nella promessa c'è un legame importante, il più vero, tra noi e il futuro. Solo nella promessa è possibile alimentare una speranza che non sia puro fatalismo, ingenuità, attesa vuota. La salvezza di Dio è una promessa, la nostra stessa vita è una promessa, le relazioni sono una promessa (quando i nostri genitori o i nostri nonni erano fidanzati si diceva: “è la sua promessa sposa, il suo promesso sposo”)

Eppure viviamo in una realtà dove le cose sembrano molto cambiate a questo proposito. Siamo infatti diventati diffidenti alle promesse, ne cerchiamo la possibile nascosta convenienza di chi ce le rivolge, l'eventuale imbroglio che vi è celato. Alla promessa di bene allora preferiamo un contratto di garanzia, alla scelta ponderata il diritto di recesso, alla costruzione di un affetto duraturo e promettente, appunto, una anticipazione del futuro in cui il “tutto e subito” mettano al riparo da rischi.

Ma così facendo tarpiamo la speranza, oppure annulliamo il futuro rifugiandoci in un eterno presente che spesso ci mostra prepotentemente i nostri insuperabili limiti e povertà. Ancora una volta è sufficiente sfogliare qualsiasi quotidiano di questi giorni per sincerarsene.

Scrive Pierangelo Sequeri in uno dei suoi ultimi libri (Contro gli idoli postmoderni): “Siamo la parte più ingorda e ingozzata del pianeta, siamo culturalmente smaliziati e critici, e ci siamo riempiti di isterici e di infelici. Non eravamo ancora stati così stupidi”.

Il nostro compito dunque è quello di ritrovare la verità e la dignità del promettere, ma soprattutto della promessa del Signore, perchè in questo sta il mistero della nostra salvezza e redenzione. Tutto questo è possibile se sappiamo accogliere i “segni” che la bontà di Dio mette sul nostro cammino. Sono i segni che Gesù compie anche nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato. Segni che aiutano la fede perchè mostrano la presenza di Dio (la Gloria di cui parla l'Evangelista) nelle vicende umane. Segni che esprimono tutta l'opera di Gesù (nella teologia di Giovanni quindi non soltanto i miracoli) e ci aiutano a rendere salda la nostra fiducia nella promessa del Signore. “Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Di quella promessa soltanto, alla fine, noi possiamo vivere.

Don Gian Piero