Carissimi,
l’esperienza dei discepoli impauriti per la tempesta e la loro esclamazione angosciata con cui svegliano Gesù esprime, al di là del contesto dell’episodio, semplice nella sua struttura narrativa, la paura radicale di ciascuno di noi di fronte all’esistenza: quella di perdersi, “Maestro, siamo perduti”.
Cosa significa per noi oggi tutto questo? Quali sono le paure, talvolta senza nome, che il grido dei discepoli evoca anche per ciascuno?
Anzitutto l’immagine della tempesta improvvisa, inaspettata ci pone di fronte all’ansia dell’imprevedibile che pure può presentarsi nella vita di tutti. Che viene da fuori, dagli avvenimenti, dalle persone, dalle situazioni più diverse. La cronaca ci ha abituati a non sorprenderci di nulla, a considerare qualunque fatto, problema, disastro come in qualche modo “normale”, ma tutto questo non elimina il timore di ciò che può capitare a me, soprattutto con l’avanzare degli anni. A tutto questo cerchiamo rimedio con tutte le possibili forme di rassicurazione, o di “assicurazione” (una volta c’era una polizza chiamata Casco, che copriva tutti i rischi possibili per un automobilista, ma non esiste una polizza simile per la vita intera).
Una seconda grande paura è legata alla percezione della irrimediabilità di alcune situazioni o esperienze. “Siamo perduti” dicono appunto i discepoli, cioè non c’è rimedio, non c’è speranza nonostante gli sforzi. E’ la paura di fare scelte sbagliate da cui non si può recedere. E’ la paura delle responsabilità che tante volte tiene lontani da scelte definitive (sposarsi per esempio, oppure mettere al mondo un altro figlio). A questo timore reagiamo astenendoci dalle scelte stesse, rinviando, oppure cercando in tutto, preventivamente, una sorta di “uscita di sicurezza”.
La terza grande paura che ci accompagna riguarda noi stessi, ed è la paura dell’insufficienza, la paura di non farcela con le proprie forze, di cedere davanti alle difficoltà, di constatare la propria fragilità, la propria debolezza. Altri ce la fanno, noi no. In questo nostro mondo altamente competitivo questo alle volte diventa insopportabile. Allora reagiamo nascondendo a noi stessi la verità delle cose, oppure cercando in qualche modo di evadere dalla realtà (pensiamo ad esempio alla grande diffusione di alcool e droghe, tipico modo di cercare un rimedio a una realtà considerata troppo dura).
Cosa hanno in comune queste paure, quale è la loro radice profonda? Non e difficile rispondere, è il timore di non avere la vita sotto controllo, è l’altra faccia della presunzione di voler essere i padroni della vita, di séstessi. E’ una forma di negazione della fede. Poiché solo nella fede infatti queste paure si possono sciogliere, non nella moltiplicazione delle sicurezze, non nella possibilità di tornare sempre indietro. Nella fede dentro cui la vita ci viene offerta come dono capiamo che è più importante affidarsi a Dio che angosciarsi di sé. Non è un caso che la reazione di Gesù al suo risveglio improvviso esprima proprio questo “Dov’è la vostra fede”. Allora diventano anche piene di speranza le parole di san Paolo che abbiamo ascoltato “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, allora possiamo cogliere in pienezza il significato della giornata in difesa della vita che oggi celebriamo.
Don Gian Piero
