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RIPARTO DALLA FINE

Eccoci dunque ad iniziare il tempo di avvento, meglio, come ci stiamo dicendo, a iniziare un nuovo anno, guidati dalla sapiente mano di Dio.
Non lo iniziamo da zero, ma consapevoli di avere alle spalle un certo numero di anni, cioè un pezzo di strada già compiuto insieme al Signore e ai fratelli.
Non sono passati sette giorni da quando abbiamo celebrato l’ultima domenica dell’anno liturgico, festa di Cristo re, giornata Caritas e del povero.
In quella domenica abbiamo avuto modo di riascoltare il vangelo secondo Matteo al capitolo 25, nel quale ci veniva ricordato che la nostra vita è importante per Dio e, proprio per questo essa verrà posta al suo vaglio: in quell’incontro ciò che avrà peso sarà unicamente l’amore con cui avremo affrontato i tornanti dell’esistenza.
Allora questo nuovo inizio, rinnovata possibilità che il Signore mi elargisce, è invito a un più intenso slancio amorevole verso il fratello.
Come indicato nel giornalino Baronacom di questo mese, questo avvento è davvero speciale, poiché nel suo avviare l’anno, conclude l’anno straordinario del Giubileo. A ricordarci che, da Dio, ci sono date grandi occasioni per ripartire con una vita rinnovata, liberata dal peso del peccato, ricolmata della grazia, pronta per essere manifestazione della bontà del Signore.
Ci lasciamo condurre per mano da Dio, nella sua Parola e nel suo donarsi a noi, affinché si manifesti nella nostra vita il cuore nuovo che ci ha donato.
Sappiamo di essere ancora lontani da una vita secondo l’insegnamento di Gesù, ma crediamo fermamente nella possibilità che lui ci offre, camminare nuovamente insieme a lui, tornare a porre i nostri piedi dove lui li ha posti, per andargli incontro, dando concretezza di azione al grido di invocazione che condividiamo con tutti i fratelli: Maranatha, vieni Signore Gesù.
Questa invocazione, quasi un grido, cui la liturgia ci invita e che è richiamato in ogni domenica di avvento (e non solo), noi vogliamo accompagnarla con parole e opere che mostrano il nostro desiderio di andare incontro al Signore che viene!
Eccoci allora pronti a dare anche un solo bicchiere d’acqua al fratello nel suo nome, certi di averlo dato a Lui.
Ecco perché la Chiesa invita a sottolineare questo tempo di attesa con fattivi gesti di carità, generati da un atteggiamento vigilante, capace di cogliere la presenza di situazioni di bisogno attorno a noi e di farsene carico.
Noi, come comunità, invitiamo a vivere questa attenzione sia rinnovando l’impegno proposto nel Km0 parrocchiale, sia facendo nostri progetti di carità della diocesi, progetti che trovate indicati nel cartellone appeso e che strada facendo illustreremo.
L’esercizio ci accompagnerà in tutto il periodo e troverà il suo punto di arrivo domenica 21 dicembre, ultima di avvento, allorquando le offerte raccolte durante la messa verranno interamente destinate a questi progetti.
Non aspettiamo, cogliamo nel qui e nell’ora la possibilità di dare volto a questa rinnovata adesione al Regno di Dio, viviamo un’attesa laboriosa, colma di gesti d’amore perché ci siamo lasciati rigenerare.
Buon inizio!

KM0

Durante il tempo quaresimale abbiamo avviato la proposta denominata km0.

Un foglietto indicava la possibilità di essere partecipi dell’azione caritativa della Chiesa locale o tramite l’offerta di tempo per un servizio caritativo o sostenendo economicamente gli aiuti che vengono offerti a chi è nel bisogno.

Il compilare quel foglio era l’ideale frutto del cammino di conversione che ci portava da uno sguardo ripiegato su di sé al dono di sé, imparando dal Signore Gesù.

Quella proposta bisogna riconoscere che ha avuto un felice esito, per il numero delle risposte e delle risorse che si sono potute attivare. Un grazie dunque per quel momento di slancio.

Vogliamo ora, in occasione della giornata Caritas, legata alla giornata del povero, rilanciare tale proposta.

Davvero la nostra comunità vive un’ampia attenzione alle situazioni di bisogno, come ci verrà raccontato anche sul prossimo numero di “Baronacom”, frutto della sapiente lettura dei bisogni del territorio e della generosa risposta della comunità tutta. Non senza l’umiltà di riconoscere che non si è grado di arrivare a tutti; che quanto si vive è soltanto un segno, volto a sollecitare la conversione di tutta la società; che attorno a noi fioriscono numerosissimi segni di attenzione al prossimo.

Proprio queste ultime considerazioni ci spingono a rilanciare questa proposta.

Anzitutto per ricordarci che l’azione caritativa non è appannaggio di qualche gruppo e di qualche incaricato, ma è lo stile con cui il credente sta nel mondo e nella vita. Ordinariamente, cioè in ogni pensato e agito, quotidianamente, cioè ogni situazione esistenziale, siamo chiamati alla carità, cioè all’amore, così come ce lo ha insegnato Gesù!

La stessa Caritas, anche quella parrocchiale, non ha come scopo primario di compiere o coordinare le azioni di carità, ma di tener vivo in tutti l’ascolto obbediente del comando di Gesù, visto che quello dell’amore al prossimo non è un optional, per il tempo libero, ma via imprescindibile per potersi dire discepoli di Gesù.

Allora memori di questo comando ci rituffiamo ogni giorno sulle strade del mondo con gli occhi di chi si accorge del fratello e, anzitutto, lo guarda con amore, riconoscendo in lui il volto di Gesù, poi, trasforma quello sguardo in gesti capaci di rendere tangibile quell’attenzione.

Quando offriamo poi una disponibilità ad un servizio, fuori e dentro la comunità, siamo chiamati a riconoscere il dono che riceviamo nel prenderci cura di Gesù, come ci ricorda il Vangelo di oggi, tutto è grazia!

Gioiamo della possibilità che ci è data, di una vita piena e compiuta, proprio perché donata, spesa.

Così siamo partecipi del Regno, così riconosciamo e ci affidiamo alla Signoria di Dio.

Anche il modo di gestire i nostri beni, il denaro, deve essere segnato da questo desiderio, ecco perché siamo sollecitati anche a contribuire economicamente, ecco perché con il consiglio affari economici della parrocchia abbiamo deciso che una percentuale delle quote raccolte ogni domenica nelle offerte sia stabilmente dedicata alle azioni caritative, quelle che avvengono nella comunità e quelle che ci sono richiamate dalle tristi situazioni in tanti angoli del mondo.

Sentiamoci chiamati ad essere partecipi della carità di Cristo, insieme, come Chiesa, mostriamo la vera Signoria di Cristo, il farsi servo!

 

 

MISSIONARI DI SPERANZA TRA LE GENTI

(DAL MESSAGGIO PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2025)

Cari fratelli e sorelle! Per la Giornata Missionaria Mondiale dell’anno giubilare 2025, il cui messaggio centrale è la speranza ho scelto questo motto: “Missionari di speranza tra le genti”. Esso richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori della speranza. […] 3. Rinnovare la missione della speranza Davanti all’urgenza della missione della speranza oggi, i discepoli di Cristo sono chiamati per primi a formarsi per diventare “artigiani” di speranza e restauratori di un’umanità spesso distratta e infelice. A tal fine, occorre rinnovare in noi la spiritualità pasquale, che viviamo in ogni celebrazione eucaristica e soprattutto nel Triduo Pasquale, centro e culmine dell’anno liturgico. Siamo battezzati nella morte e risurrezione redentrice di Cristo, nella Pasqua del Signore che segna l’eterna primavera della storia. Siamo allora “gente di primavera”, con uno sguardo sempre pieno di speranza da condividere con tutti, perché in Cristo «crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole» sull’esistenza umana (cfr Catechesi, 23 agosto 2017). Perciò, dai misteri pasquali, che si attuano nelle celebrazioni liturgiche e nei sacramenti, attingiamo continuamente la forza dello Spirito Santo con lo zelo, la determinazione e la pazienza per lavorare nel vasto campo dell’evangelizzazione del mondo. «Cristo risorto e glorioso è la sorgente profonda della nostra speranza, e non ci mancherà il suo aiuto per compiere la missione che Egli ci affida» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 275). In Lui viviamo e testimoniamo quella santa speranza che è «un dono e un compito per ogni cristiano» (La speranza è una luce nella notte, Città del Vaticano 2024, 7). I missionari di speranza sono uomini e donne di preghiera, perché «la persona che spera è una persona che prega», come sottolineava il Venerabile Cardinale Van Thuan, che ha mantenuto viva la speranza nella lunga tribolazione del carcere grazie alla forza che riceveva dalla preghiera perseverante e dall’Eucaristia (cfr F.X. Nguyen Van Thuan, Il cammino della speranza, Roma 2001, n. 963). Non dimentichiamo che pregare è la prima azione missionaria e al contempo «la prima forza della speranza» (Catechesi, 20 maggio 2020). Rinnoviamo perciò la missione della speranza a partire dalla preghiera, soprattutto quella fatta con la Parola di Dio e particolarmente con i Salmi, che sono una grande sinfonia di preghiera il cui compositore è lo Spirito Santo (cfr Catechesi, 19 giugno 2024). I Salmi ci educano a sperare nelle avversità, a discernere i segni di speranza e ad avere il costante desiderio “missionario” che Dio sia lodato da tutti i popoli (cfr Sal 41,12; 67,4). Pregando teniamo accesa la scintilla della speranza, accesa da Dio in noi, perché diventi un grande fuoco, che illumina e riscalda tutti attorno, anche con azioni e gesti concreti ispirati dalla preghiera stessa. Infine, l’evangelizzazione è sempre un processo comunitario, come il carattere della speranza cristiana (cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Spe Salvi, 14). Tale processo non finisce con il primo annuncio e con il battesimo, bensì continua con la costruzione delle comunità cristiane attraverso l’accompagnamento di ogni battezzato nel cammino sulla via del Vangelo. Nella società moderna, l’appartenenza alla Chiesa non è mai una realtà acquisita una volta per tutte. Perciò l’azione missionaria di trasmettere e formare la fede matura in Cristo è «il paradigma di ogni opera della Chiesa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 15), un’opera che richiede comunione di preghiera e di azione. Insisto ancora su questa sinodalità missionaria della Chiesa, come pure sul servizio delle Pontificie Opere Missionarie nel promuovere la responsabilità missionaria dei battezzati e sostenere le nuove Chiese particolari. Ed esorto tutti voi, bambini, giovani, adulti, anziani, a partecipare attivamente alla comune missione evangelizzatrice con la testimonianza della vostra vita e con la preghiera, con i vostri sacrifici e la vostra generosità. Grazie di cuore di questo! Care sorelle e cari fratelli, rivolgiamoci a Maria, Madre di Gesù Cristo nostra speranza. A Lei affidiamo l’auspicio per questo Giubileo e per gli anni futuri: «Possa la luce della speranza cristiana raggiungere ogni persona, come messaggio dell’amore di Dio rivolto a tutti! E possa la Chiesa essere testimone fedele di questo annuncio in ogni parte del mondo!» (Bolla Spes non confundit, 6)

COLMI DI GRATITUDINE

Arrivano i giorni, e il mese, dei morti, così lo chiamiamo.

La tradizione ci invita, ed è ben non dimenticarla, a ricordare coloro che ci hanno preceduto nel transito terreno e ci attendono nell’eternità.

Questa corretta sottolineatura non può, tuttavia, trascurare la scelta della chiesa di iniziare questo lasso di tempo con la solennità dei Santi.

Questione di prospettive!

A questo proposito sento di dover sottolineare la fecondità di chi ha calpestato il suolo terrestre prima di noi.

Osservo le straordinarie costruzioni che costellano il nostro paese, utilizzo ordinariamente performanti mezzi tecnologici, mi inoltro in articolati pensieri filosofici, gusto la ricchezza della tavola, … e mi rendo conto che tutto questo è frutto dell’impegno di chi ci ha preceduto.

Sorge spontaneo un accorato ringraziamento, è viva la riconoscenza, è chiaro che coloro che non sono più qui con noi, che spesso non abbiamo neppure conosciuto, hanno lasciato un’eredità preziosa, prolungamento del loro passaggio terreno.

Tutti, nessuno escluso, hanno gettato il loro seme perché potesse germogliare tanta ricchezza.

Ma quale eredità ancora più grande ci hanno lasciato le persone amate!Non si tratta più di beni materiali o immateriali fruibili da tutti, quanto piuttosto di quella cura che hanno avuto verso di noi, di quegli insegnamenti umani e spirituali che ci hanno copiosamente elargito e che riaffiorano nella nostra storia.

Giorni questi allora non della nostalgia e dello struggimento, ma di grata riconoscenza.

Guardare agli altri in questo modo aiuta a custodire la modestia e nello stesso tempo ad alimentare desideri di vite spese autenticamente, prodighi nel seminare, per nulla preoccupati di raccogliere.

In questo tempo, che, continuiamo a sottolinearlo, ci ripropone continui conflitti, interminabili soprusi e ingiustizie, abbiamo bisogno di riconoscere che la foresta continua silenziosamente a crescere, l’erba non cessa la sua corsa, l’uomo è capace di ogni bene.

Volgere lo sguardo ai nostri cari defunti non diviene più un esercizio foriero di tristezza, ma un’occasione di rilettura in chiave positiva della storia.Essa diviene una storia di santità, non più soltanto un’interessante vicenda umana, ma una avventura segnata dal desiderio del bene, dalla possibilità di godere della stessa beatitudine divina.

Riconosciamo nei nostri cari queste tracce di santità, senza bisogno di avviare processi ufficiali di canonizzazione, impariamo a rileggere la loro presenza vicino a noi come dono di Dio, seguiamo le tracce profumate di Cristo nelle loro parole e nelle loro azioni.

Attraverso di loro risaliremo fino a Dio, vera fonte di ogni bene, veramente Santo, custode di quel bene che noi viviamo in questo nostro pellegrinaggio terreno.

Le celebrazioni di questi giorni, le visite ai cimiteri siano cariche di questo riconoscimento, di vera gratitudine, invito alla speranza cristiana.

MISSIONARI NEL QUOTIDIANO

Siamo nel mese missionario, così recita un’antica tradizione della Chiesa, quella stessa Chiesa che nelle riflessioni conciliari ci ha invitati a riscoprire nella grazia battesimale come il fondamento stesso del nostro essere missionari, tutti!

Come ci ricorda anche il nostro vescovo nella sua lettera pastorale, è nell’esercizio ordinario del vivere, nel nostro quotidiano che viviamo la missione, in forza del nostro essere originali.

Non si tratta di inventare eventi, fare kermesse, strutturare diversamente la comunità cristiana, aggiungere percorsi, …

Siamo invitati, anzitutto, a vivere la consapevolezza che il vangelo lo annunciamo attraverso i gesti e le parole ordinarie che costituiscono l’intreccio delle nostre esistenze.

Forse dobbiamo aiutarci a riscoprire questa chiamata, troppo spesso abbiamo concentrato tutte le nostre attenzioni e risorse attorno alle iniziative proposte in parrocchia e ci siamo persino permessi di esprimere giudizi sui fratelli in virtù di quanto operavano in seno alla comunità cristiana; tanto più stimabile quanto più intenso il coinvolgimento nell’agire parrocchiale, associativo, movimentistico, …

E’ giunto il tempo di avere maggior cura per la nostra fede, affinchè lo stile della nostra vita ordinaria abbia in sé quel tocco di originalità, che non è l’essere particolari, ma l’aver dentro il segno della nostra origine, quel tratto unico che ci rende positivamente distinguibili.

L’incontro con Gesù, il tesoro prezioso, come ci è stato appena ricordato nella liturgia, se segna la nostra esistenza diviene automaticamente parlante, incide sul mio modo di essere e finisco con il parlarne, con l’annunciarlo, a prescindere dalla mia oggettiva consapevolezza.

Raccontano gli Atti degli apostoli che, allorquando perseguitati in Gerusalemme, i primi cristiani si disperdono emigrando altrove, non possono non testimoniare, non possono non condividere la Parola che ha trasformato la loro esistenza.

Non sono quei discepoli dei professionisti, degli incaricati, degli uomini investiti di questo compito, sono cristiani anonimi, di cui non conosciamo nulla, e che, tuttavia, hanno diffuso il messaggio di salvezza, proprio partendo dalla loro esistenza quotidiana.

E’ incontrando l’altro sul luogo di lavoro, nella scuola, sulla rampa delle scale di condominio, in palestra che posso lasciare una scia profumata, invito gustoso ad aprirsi all’incontro con Lui.

Chiediamoci se desideriamo una vita che profumi di Cristo, domandiamoci in che misura chi ci sta attorno coglie la portata del nostro credere.

Lo abbiamo fatto insieme nell’ultimo consiglio pastorale, nella consapevolezza che abbiamo bisogno di interrogarci sulla forza che il Vangelo ha nell’orientare la nostra vita.

La vita della comunità nasce e si alimenta nella celebrazione eucaristica che, a sua volta, ci ingaggia in un compito di annuncio, ci fa testimoni, missionari.

Il cammino di riscoperta del dono della celebrazione eucaristica che vivremo insieme nei momenti di ritiro e negli esercizi comunitari, ci aiuterà a gustarne la bellezza e il valore, risvegliando in noi il gusto per la relazione con il Signore e, ci auguriamo, lo slancio missionario.

Non meno importante sarà la capacità di accogliere tutti i fratelli cogliendo nel loro stile di vita la freschezza del vangelo da loro vissuto, in un’autentica partecipazione di quell’unica Chiesa dalle genti.

Sentiamoci tutti amati, perciò chiamati, pertanto mandati.