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DAL MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2026

 

Verso una pace disarmata e disarmante

La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. … Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. …

Una pace disarmata

… La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. …

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. …

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. …

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

….

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. …

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfr At2,37). …

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità».

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana».

IL SINODO E NOI

“Il discernimento ecclesiale non è una tecnica organizzativa, ma una pratica spirituale da vivere nella fede.

Esso richiede libertà interiore, umiltà, preghiera, fiducia reciproca, apertura alla novità e abbandono alla volontà di Dio. Non è mai l’affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma di pareri individuali; ciascuno, parlando secondo coscienza, si apre all’ascolto di ciò che altri in coscienza condividono, così da cercare insieme di riconoscere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese»

(Ap 2,7). Prevedendo l’apporto di tutte le persone coinvolte, il discernimento ecclesiale è allo stesso tempo condizione ed espressione privilegiata della sinodalità, in cui si vivono insieme comunione, missione e partecipazione. Quanto più tutti sono ascoltati, tanto più il discernimento è ricco. Per questo è fondamentale promuovere un’ampia partecipazione ai processi di discernimento, con una particolare cura per il coinvolgimento di coloro che si trovano ai margini della comunità cristiana e della società.”

Sono parole del documento finale del sinodo che ha visto impegnata per tre anni la Chiesa universale, sono riflessioni e indicazioni che riguardano anche noi.

Il nostro vescovo nel documento con cui ci ha offerto a inizio anno le indicazioni per il cammino, ci ha chiesto di riconoscere nei testi sinodali le parole di sale e di fuoco che possono dare spinta al nostro essere Chiesa di Gesù.

Con il consiglio pastorale ci impegniamo a fare tesoro di questo dono magisteriale, verificandoci e lasciandoci indicare nuove strade.

L’altra sera abbiamo aperto un confronto sulle nostre pratiche sinodali; il capitolo terzo è dedicato alla conversione dei processi, cioè delle modalità con cui giungiamo a prendere delle decisioni e le diamo forma.

Il dialogo non aveva l’attenzione solo sul modo di essere consiglio pastorale, ma di osservare quanto nei vari ambiti del nostro essere comunità cristiana viviamo questo discernimento ecclesiale.

Riconosciamo il cammino in atto, come i vari ambiti di vita parrocchiale, le varie realtà si stiano dotando di modalità condivise di discernimento, nella consapevolezza di quanto questo richieda tempi più lunghi, ma porti il beneficio di una maggior condivisione.

Ecco allora che la caritas ha un’equipe di coordinamento e così i suoi vari ambiti di servizio (ascolto, progetto Arda, doposcuola, …); altrettanto si sta cercando di fare per la pastorale giovanile, la catechesi, la liturgia, …; le decisioni economiche sono condivise nel consiglio per gli affari economici, …

Certo ci rendiamo conto che dovremmo essere più attenti nel comunicare l’esito di questi processi e nel condividerlo, anche per favorire una miglior verifica del lavoro compiuto.

Quello della trasparenza e della verifica sono altri due punti fondamentali su cui, come Chiesa, siamo chiamati a crescere.

Questo sguardo complessivo ci ricorda che la questione che ci riguarda tutti, anche nel nostro piccolo di singoli fedeli.

Allora anche come singolo sono chiamato a chiedermi quanto nel mio parlare nella Chiesa o della Chiesa io abbia uno sguardo ampio, comunitario e quanto non sia invece solo portatore di una ristretta visione personale, arroccato attorno ad un bene di parte o di gruppo.

Mi chiedo se ho il desiderio di essere partecipe del discernimento ecclesiale, se sia disposto a regale il mio tempo e le mie energie per un ragionare condiviso. Se ho la consapevolezza che non sono un numero, ma un battezzato che è parte viva di un corpo ecclesiale, chiamato ad essere in cammino con i fratelli perché portatore di un dono unico affidato a me da Dio.

C’è nella comunità il desiderio di un ampio coinvolgimento, di un ascolto autentico, ma siamo consapevoli che ancora non abbiamo trovato gli strumenti più idonei perché questo avvenga, il contributo di tutti diventa importante per trovare la via, soprattutto perché anche la voce degli ultimi possa essere ascoltata.

Il confronto continua e nei prossimi incontri avremo modo ci lasciarci guidare dagli altri capitoli del documento.

Aiutiamoci insieme.

PROGETTI DIOCESANI AVVENTO 2025

Presentiamo i quattro progetti diocesani che anche noi contribuiremo a finanziare attraverso l’impegno di avvento.

Ricordiamo che il frutto di questo cammino verrà raccolto all’offertorio delle messe dell’ultima domenica di avvento: 22 dicembre.

 

IRAQ Doposcuola di speranza

Luogo. 5 scuole in varie zone: piana di Ninive (Qaraqosh e Alqosh), alcuni villaggi yazidi, sobborghi di Baghdad

Destinatari. 500 studenti (6 – 18 anni) con difficoltà di apprendimento e 75 studenti della scuola primaria con disabilità

Obiettivo generale:

imparare a “fare i compiti” e studiare insieme in amicizia in un luogo sicuro per apprendere meglio

Contesto:

In Iraq, dopo tutte le guerre e i traumi degli ultimi anni, le scuole sono malmesse: mancano gli spazi, si fanno 2 o 3 turni ogni giorno, il livello dell’insegnamento è basso. Caritas Iraq, da più di 30 anni al servizio dei più fragili in tutto il Paese, si impegna oggi a dare un futuro di speranza ai più giovani e alle loro famiglie, migliorando la loro formazione in coordinamento con le scuole. I Doposcuola per rafforzare le competenze in inglese, matematica e la lingua locale (arabo) si terranno nelle proprie classi durante i fine settimana in zone ove c’è una presenza anche della minoranza cristiana e yazida. Particolare attenzione verrà dedicata anche agli studenti con disabilità per rendere la comunità più coesa. Psicologi faranno parte del team educativo per sostenere i ragazzi più in difficoltà.

 

PERÙ Progetto “Moda e dignità”

Luogo: Pucallpa, Ucayali, Perù

Destinatari: 10 donne in formazione/lavoro e 50 donne indigene shipibo-konibo della cooperativa di produzione di tessuti locali Kené; con beneficio progressivo sulla popolazione di due villaggi (circa 30.000 persone)

Obiettivi generali: Fornire una formazione professionale a 60 donne in povertà e realizzare un laboratorio di produzione di articoli di moda e accessori per rafforzare la loro autonomia familiare e personale.

Contesto: Il contesto sociale della parrocchia di San Francisco de Asís, si sta trasformando e, tuttavia, le famiglie del territorio vivono numerose problematiche: disgregazione familiare, violenze sui minori e sulle donne, povertà dovuta all’instabilità del lavoro, uno scarso livello dell’educazione di base. Nel contesto della parrocchia le donne ricoprono un ruolo fondamentale sia per il loro coinvolgimento nella comunità, sia per il loro essere spesso responsabili “uniche” delle proprie famiglie. È proprio a loro che si rivolge il progetto “Moda y Dignidad” per rafforzare la loro autonomia.

 

TANZANIA Progetto “un futuro per i giovani di Moshono”

Luogo. Moshono, Arusha, Tanzania.

Destinatari: circa 240 giovani disoccupati.

Obiettivi generali: Attuare politiche di contrasto alla disoccupazione giovanile fornendo corsi professionalizzanti ai giovani di Arusha.

Contesto: I tassi di disoccupazione giovanile sono molto alti in Tanzania. Arusha, importante centro economico nel nord del Paese, ospita un numero elevato di giovani disoccupati, molti dei quali non possiedono le competenze necessarie per accedere a opportunità di lavoro formali. La regione registra una crescente domanda di manodopera qualificata in vari settori, ma vi è una discrepanza tra le competenze possedute e quelle richieste. Gli istituti di formazione professionale esistenti sono insufficienti a soddisfare il crescente numero di giovani che abbandonano la scuola e disoccupati. Molti di questi centri mancano di infrastrutture e attrezzature adeguate e di istruttori qualificati. Inoltre, le difficoltà finanziarie impediscono a molti giovani di accedere all'istruzione professionale.

  

TERRA SANTA Conoscersi per chiamarsi fratelli

Luogo: 6 università in Israele frequentate da studenti di nazionalità israeliana appartenenti sia alla comunità ebraica sia a quella palestinese (arabo israeliana)

Destinatari: 170 studenti e ricercatori di varie facoltà coinvolti nel settore educativo

Obiettivi generali: favorire conoscenza e dialogo tra giovani delle comunità ebraica e arabo israeliana per promuovere pace, riconciliazione e convivenza

Contesto: Il conflitto israelo-palestinese crea fratture tra i due popoli. A causa della guerra a Gaza il livello di disperazione, paura e disillusione tra i giovani ha raggiunto livelli allarmanti. Coinvolgere ragazzi di entrambe le comunità è vitale per riscoprire protagonismo e speranza. Nei corsi, iniziati da Friendship Village 30 anni fa e ora realizzati da Neve Shalom Wahat al Salam, i partecipanti delle 2 comunità si incontrano per la prima volta. E da qui inizia il dialogo. È un progetto difficile, ogni giorno a rischio di fallimento, ostacolato da varie parti, ma che resiste. Per questo vogliamo sostenerlo e dare un segno, anche sottile e fragile, che è possibile vivere insieme e coesistere nella stessa umanità in questa Terra Santa martoriata.

PERCHÉ NO?

Proviamo a gustare questi giorni di festa che il Signore ci dona attraverso la sua Chiesa.

Impegnati nel percorso suggeritoci dall’avvento ci troviamo forse ancora al punto di partenza, forse ancora ad interrogarci su quali rinascita voglia offrirci il Signore, forse delusi perché dopo l’entusiasmo iniziale ci siamo già spenti, più probabilmente assuefatti all’ovvietà del tempo che passa.

A farla da padrone è allora la pianificazione del tempo, nell’inseguimento della massimizzazione del profitto, intesa come utilizzazione quasi spasmodica di ogni frammento di Kronos affinchè tutto produca.

Ci lasciamo suggerire da Maria una parola desueta: svuotamento!

Noi conosciamo la madre di Gesù come la piena di Grazia! La Grazia è dono di Dio, non frutto dello sforzo umano, all’uomo è possibile offrire “spazio” alla presenza del Signore solo liberandosi, svuotandosi.

Maria è colei che si è svuotata, ha reso piccolo il proprio io perché Dio prendesse dimora in lei. Forse anche oggi il Signore Gesù per manifestarsi, rendersi presente, ha bisogno di persone, di comunità che si facciano silenzio accogliente.

Quale rivoluzione copernicana sarebbe il vederci impegnati a svuotare i nostri giorni di riposo o di ferie dalle tante, troppe “cose” che ci infiliamo dentro perdendo il senso autentico del giorno e delle feste del Signore.

Se la nostra vita è intasata di ogni cosa, Dio scivolerà sulla superficie della stessa senza riuscire ad irrorarla. Così bello è il dono preparato per noi da Dio che sprecarlo è un vero peccato.

Il cammino è fatto anche di soste, di momenti fatti per ristorarsi in vista della via che riprende. Soste che ci permettono di accorgerci se e quanto e come abbiamo camminato, soste che ci aiutano ad individuare meglio la meta per organizzare il proseguo del viaggio.

Lasciamoci dunque svuotare.

Riscopriamo il gusto della contemplazione.

Del guardare meravigliati e grati l’opera di Dio, attorno a noi e dentro di noi.

Avvertiamo la flebile ma paziente voce interiore che indica la via.

Invochiamo l’intercessione di Maria perché ci aiuti a vincere la paura del vuoto, ci faccia consapevoli che esso sarà ricolmato da Dio.

Gustiamo il dono battesimale, esperienza spirituale nella quale siamo svuotati (da ogni traccia e presenza del male) e riempiti della sua grazia. Anticipo di quanto il Signore vuole sia per noi.

Si, il Signore è pronto a rigenerarci, attende il nostro svuotamento per poterlo fare.

Che questo cammino di avvento ci aiuti.

Buona continuazione.

CONSUMARE LA SUOLA DELLE SCARPE

Una volta la bicicletta era uno strumento un po’ più spartano, meno raffinato e capitava spesso che i freni della stessa non fossero propriamente all’altezza del loro compito: pattino consumato, filo non nella giusta tensione, … Così non era raro che, almeno da bambini, un grande supporto alla frenata lo si desse utilizzando … la suola delle scarpe. Espediente non dei più ortodossi, ma con una sua indubbia efficacia, senz’altro espressione di una sentita esigenza, quella di frenare per non andare a sbattere.

Ecco mi piace oggi far ricorso a questa immagine per chiederci quanto avvertiamo l’esigenza di una frenata perché siamo sensibili al pericolo di un incidente.

Non faccio riferimento al comportamento sulle strade, la mia vuole solo essere una immagine, ma al modo di condurre la nostra vita.

E’ abbastanza comune che nel dialogo con le persone emerga il desiderio di potersi fermare per regalarsi il tempo di una riflessione, di una rilettura del proprio vissuto, per rimotivarsi, …

E’ altrettanto usuale che questo bisogno sia soffocato in nome di urgenze che sentiamo pressanti.

Abbiamo indicato questo tempo di avvento come una occasione di grazia in cui lasciarsi rigenerare dall’incontro con Gesù, il Signore; ce lo ricordano anche le letture di oggi (II domenica di avvento).

Credo sia evidente a ciascuno di noi che questa rigenerazione non avviene per magia, mentre noi siamo impegnati a correre dietro ad altro, nell’improbabile impresa di essere all’altezza delle esigenze del mondo (inteso come mondanità).

Dobbiamo avere il coraggio, mentre la bicicletta è lanciata in discesa, di mettere giù i piedi e cominciare a frenare, quanto proponiamo come comunità vuole essere un aiuto.

I momenti e gli strumenti di silenzio e preghiera che sono offerti vogliono invitarci ad aprire un varco al Signore che viene: preparate le strade ci dice il Battista.

Ognuno provi a circoscrivere nella propria giornata, settimana, periodo di avvento una zona “sacra”, inviolabile, in cui lasciamo spazio a Dio: durata, collocazione oraria, luogo ognuno le decida, ma vanno decisi, non possono essere lasciati al caso! Siano pensati con senso del reale, ma vi siano! Soprattutto, non riempiamo queste oasi di parole e cose. Per lasciarsi incontrare da Dio è piuttosto necessario fare piazza pulita, tacere, dentro e fuori.

Di fronte alla fatica che facciamo a compiere questo esercizio i momenti condivisi con la comunità possono essere una grazia. La serata vissuta lunedì andava in questa direzione, le proposte di catechesi di questo tempo prevederanno un tempo di silenzio, le occasioni di ritiro (quello comunitario di sabato 29 e quelli delle varie fasce di età, situazioni di vita) non mancheranno di offrirci adeguati spazi per l’incontro personale con Dio. Da ultimo, ma forse per primo, la partecipazione all’Eucarestia deve essere opportunità di questa interiorizzazione. Certo è necessario arrivare per tempo, prepararsi nel raccoglimento, gustare gli spazi di silenzio nella celebrazione, ritornare personalmente sui doni ricevuti!

Ciascuno di noi ha mostrato a se stesso di essere capace di trovare il tempo per le cose che ritiene importanti, non fermiamoci di fronte a facili giustificazioni, diciamo a noi stessi quanto ci teniamo a lasciarci rigenerare … e diciamocelo insieme come Chiesa.

Mi raccomando mettiamo scarpe con la suola robusta!