Così scrive papa Francesco in “Spes non confundit” in quella lunga carrellata di indicazioni circa i segni di speranza:
“Speranza invoco in modo accorato per i miliardi di poveri, che spesso mancano del necessario per vivere. Di fronte al susseguirsi di sempre nuove ondate di impoverimento, c’è il rischio di abituarsi e rassegnarsi. Ma non possiamo distogliere lo sguardo da situazioni tanto drammatiche, che si riscontrano ormai ovunque, non soltanto in determinate aree del mondo. Incontriamo persone povere o impoverite ogni giorno e a volte possono essere nostre vicine di casa. Spesso non hanno un’abitazione, né il cibo adeguato per la giornata. Soffrono l’esclusione e l’indifferenza di tanti. È scandaloso che, in un mondo dotato di enormi risorse, destinate in larga parte agli armamenti, i poveri siano «la maggior parte […], miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto». Non dimentichiamo: i poveri, quasi sempre, sono vittime, non colpevoli.”
Sono parole forti che ci interpellano.
Chiedono a tutti una verifica del proprio stile di vita e lo chiedono anche al nostro essere Chiesa, anche in questo potremmo essere un segno di speranza.
Il gruppo missionario ha il compito di tenere desta la nostra attenzione perché il nostro sguardo sappia andare un poco più in là dei nostri piedi, perché impariamo a far sedere alla nostra tavola i tanti poveri presenti ovunque.
Il papa ci invita a riconoscere il povero della porta accanto.
Non si tratta qui di demandare ad altri l’aiuto o il sostegno, siamo chiamati ad essere segno di vicinanza, a riconoscere in quel povero il volto di Gesù.
Quanti meravigliosi segni di speranza si realizzano nelle nostre case, quanti aiuti, quanta vicinanza è vissuta nella semplicità e nel nascondimento, è la foresta del bene che cresce senza far rumore e clamore, vero collante nella società.
Vi sono poi alcune azioni promosse dalla caritas parrocchiale che possono venire in aiuto ed essere un ulteriore segno: il pacco viveri, l’accompagnare ai servizi che il sistema previdenziale rende disponibili, il sostenere con una vicinanza, l’aiuto economico.
Questi segni saranno tanto più presenti ed efficaci quanto maggiore sarà la nostra disponibilità.
Disponibilità che in questo campo è anche di natura economica.
Se in tanti aderiremo alla proposta che sul fac-simile è denominata km0, tanto più grande potrà essere il nostro aiuto.
Così come quanto più ricco sarà il nostro renderci disponibili per accompagnamenti, tante più persone potranno godere di questa vicinanza.
Ci sono anche competenze professionali che possiamo in questo mettere in gioco: in ambito giuridico per una consulenza, in ambito economico finanziario per affrontare questioni di indebitamento, in ambito medico per agevolare interventi, nell’ambito della ricerca del lavoro, …
Ricordiamoci allora che si avvicina la Pasqua, pensiamo allora sempre più seriamente a quale gesto di cura potremmo condividere, come scelta caritativa che nasce dalla contemplazione della croce di Gesù. Scelta da vivere con continuità lungo tutto l’anno, seme fecondo germogliato in questa quaresima.
