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Mentre scrivo queste righe rimbalza la notizia della firma della pace per Gaza.

Non possiamo non rallegrarci per la conclusione di quel pezzo di conflitto armato, non possiamo non desiderare che questo segni un presente di maggior respiro per le popolazioni coinvolte.

Non possiamo neppure essere così ingenui da ritenere che questo segni la cessazione di un conflitto, poiché siamo tutti consapevoli dell’ampiezza e della complessità della situazione del territorio mediorientale, della convivenza fra la realtà palestinese e quella israeliana, dello statuto di Gerusalemme, … Ci auguriamo che sia un reale passo in avanti.

La questione della pace rimane urgente e prioritaria.

Non riguarda solo quella porzione del pianeta, sappiamo essere priorità ovunque.

Le guerre ne sanciscono la mancanza, ma la pace è ben di più che l’assenza dello scontro armato.

L’emergere in tutta la sua drammaticità di questa problematica ci porta ad una riflessione ben più ampia e a metter in gioco delle scelte concrete che coinvolgono la nostra personale esistenza e quella della comunità.

E’ su più fronti e a più livelli che siamo chiamati a porre l’attenzione.

Siamo chiamati certamente ad una maggior consapevolezza su quanto avviene attorno a noi, non riusciremo mai ad sapere perfettamente tutto quanto accade nel mondo, tuttavia siamo invitati a compiere uno sforzo per una più accurata informazione e per una più corretta letture delle situazioni stesse. Qualche cosa possiamo compiere insieme, come comunità, favorendo qualche incontro, magari aiutati dal gruppo missionario o da quello culturale, in questa direzione si inserisce anche l’appuntamento di sabato 18 con don Francesco ed altri verranno proposti nei prossimi mesi. Molto può fare la scelta del singolo, ancora una volta in questo mese missionario mi permetto di segnalare le riviste missionarie come strumento prezioso per una più corretta informazione e formazione (Nigrizia, Asia news, Popoli e missioni, …), riviste che hanno anche la versione digitale.

La preghiera non può non essere preghiera per la pace. Come comunità dedichiamo alla pace i rosari che preghiamo prima delle messe feriali, i momenti di adorazione, una costante intenzione pronunciata nelle messe domenicali, … questo porsi d’innanzi al Signore con questo desiderio diventa anzitutto cammino di purificazione personale e comunitario, poiché lo Spirito del Signore ci aiuta a cogliere in noi tutti quegli atteggiamenti interiori che sono in palese contrasto con dinamiche di pace. Dobbiamo riconoscere che i conflitti anche grandi, sono sempre figli di cuori non pacificati, anche dei nostri cuori. Quante tensioni e belligeranze anche nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità cristiane, nei nostri condomini. Tensioni che ci portano a scegliere modi forti, ad affidarci a persone con modi risolutivi, a cercare leggi dure, … La preghiera non è un atto magica che demanda a Dio la responsabilità delle vicende umane, ma un portarsi dinnanzi a lui con tutta la nostra fragilità e miseria per essere curati da lui, per lasciarci trasformare, per poter diventare segno di pace nella nostra quotidiana, con il desiderio che la nostra conversione divenga seme contagioso!

E’ il lavoro su di sé che dobbiamo porre in primo piano.

Accanto all’ informazione e alla preghiera esiste anche una azione concreta che possiamo compiere che è quella della vicinanza materiale a coloro che subiscono le conseguenze dei conflitti.

Gli aiuti economici, il più delle volte, che possiamo offrire sono spesso una grande boccata di ossigeno per chi ha perso tutto: come Chiesa abbiamo un canale privilegiato negli aiuti che porta Caritas internazionale, ma anche nei contatti con missionari che conosciamo.

Come comunità potremmo essere più frequentemente e puntualmente attenti a questa necessità, magari destinando le raccolte di una domenica al mese per queste esigenze.

 

Lieti di qualche timida notizia di percorsi di pace, siamo consapevoli che l’urgenza della pace e del nostro impegno per essa non possono venir meno.

SUGGESTIVE CONCOMITANZE

Domenica scorsa era, nella nostra diocesi, la festa degli oratori, noi l’abbiamo spostata ad oggi per la concomitanza del saluto a don Matteo. La Chiesa ha spostato la giornata del migrante a questa domenica che è anche la prima del mese di ottobre, dedicato alla missione. A prima vista un ammonticchiarsi di sottolineature poco felice … mi è parso invece di poter cogliere una sorta di filo rosso che unisce, cuce e apre prospettive.
Dice papa Leone XIV, citando il catechismo della chiesa cattolica, nel messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato: “La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini. Ed è certamente la ricerca della felicità una delle principali motivazioni della mobilità umana contemporanea.”
Eh sì, tutti aspiriamo alla felicità e muoviamo il nostro essere orientandoci verso ciò che noi chiamiamo bene e che ci pare possa essere dono di felicità.
Così chi migra lasciando il proprio paese lo fa alla ricerca di quel meglio che gli pare possa essere presagio di una vita migliore, un’ ipotesi, a volte un azzardo, sempre segno di uno sguardo fiducioso verso il futuro, disilluso rispetto al presente.
Celebrare questa giornata all’interno del mese missionario è cogliere la forte valenza di annuncio possibile in questo incontro fra popoli, culture, storie.
Da un lato molti migranti sono cristiani, spesso cattolici, e finiscono con l’attraversare o con lo stabilirsi in paesi che non conoscono il cristianesimo o ne sono rimasti refrattari o vanno spegnendo la fiamma della fede. Il loro essere animati da autentica speranza, il loro affidamento fiducioso a Dio, il loro entusiasmo spirituale può risvegliare una domanda assopita, può tornare a suscitare il desiderio di Dio.
Dall’altro lato l’accoglienza di questi fratelli diviene una occasione unica di dire la dignità di tutti i figli di Dio, la fraternità universale insegnataci da Gesù.
Vivendo i fenomeni migratori si è coinvolti in una circolarità missionaria, si è interpellati ad una fede più matura, si ricevono stimoli e testimonianze capaci di risvegliare in noi il vero desiderio di felicità, per noi e per l’altro.
Non possiamo non ringraziare don Matteo che ha tenuto desta nella nostra comunità l’esigenza di questo sguardo ampio, capace di scorgere in quel volto diverso un appello alla fraternità che trasforma la paura in apertura. Forse qualche anelito di felicità ha trovato uno sbocco e una realizzazione.
Ci sentiamo tutti in cammino alla scoperta di questa fraternità inedita e arricchente, proviamo tutti ad imparare approcci differenti alla sfida del vivere, ci lasciamo suggerire la possibilità di sperare ancora, diamo vigore e significato ad una fede che rischiava l’anonimato e la vecchiezza.
I più giovani sono più ampiamente di tutti coinvolti in questi nuovi percorsi, la scuola e lo stesso oratorio, sono luoghi ormai ampiamente multietnici, essi divengono occasioni che possono educare ad una accoglienza autentica e reciproca. Anche questo nuovo anno oratoriano vogliamo che sia segnato da questa apertura, autentica scuola di vangelo!
Auguri dunque a don Matteo perché nel suo nuovo compito di parroco sappia esserlo per tutti e buona strada a noi affinchè il nostro essere Chiesa sia sempre più gioioso per il dono apportato da tanti fratelli.

CHIAMÒ A SÉ

Domenica 21 settembre è la giornata per il seminario. Il seminario lo identifichiamo con un luogo, un po’ come quando diciamo oratorio, in realtà sarebbe giusto dire che è una proposta. E’ l’insieme delle scelte educative, fatte di volti e attenzioni, con cui la Chiesa si prende a cuore il cammino umano e spirituale di chi potrebbe essere chiamato dal Signore ad una speciale sequela.
Vivere questa giornata è una occasione preziosa per ricordarci tutti, nessuno escluso, a prescindere dall’età, che tutta la nostra esistenza è custodita da Dio che, ad uno ad uno, ci chiama e ci ri-chiama ogni volta.
Allora noi potremmo essere risposta a questa chiamata.
Credo non ci sfugga che siamo abituati a pensare, spesso ad agire, partendo invece dalla coda.
Ci alziamo e organizziamo la nostra giornata, programmiamo il nostro tempo, pianifichiamo la nostra vita come se tutto dipendesse da noi, come se ne dovessimo essere noi gli artefici primi. Capita poi, strada facendo, di invocare Dio perché ci si sente fragili e si ha bisogno di una protezione, perché qualcosa va storto e si vorrebbe un aiuto, perché si è di fronte ad una situazione inattesa e si vorrebbe un consiglio.
… e certamente Dio non si tirerà indietro e parlerà al nostro cuore.
Ma quanto sarebbe più lineare riconoscere che tutto parte da Lui, la vita è dono ricevuto, il tempo è grazia che ci è posta fra le mani, l’esistenza risposta ad una chiamata che invita e orienta.
Così ci ricorda anche la frase che dà il titolo alla giornata del seminario di quest’anno: “chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui” (Mc 3,13).
Siamo tutti invitati a guardare con attenzione alla nostra esistenza ricercando le tracce di questa chiamata, quella che ha determinato la nostra vita nella sua decisione fondante (l’essere prete, suora, sposo, sposa, consacrato, …) e quella che influisce sul nostro andare quotidiano. Ci interroghiamo sulla nostra fedeltà, preghiamo per essere aiutati a custodirla e a praticare quanto essa ci domanda.
Se siamo ragazzi o giovani apriamo il cuore per imparare a riconoscere la voce di Dio, per allenarci a dire il nostro sì.
Se siamo genitori, educatori proviamo ad immaginare come le nostre scelte educative possano ridare primato al Signore e alla sua chiamata: a volte si tratta di tacere perché nel silenzio Dio possa trovare spazio per farsi presente; altre volte dovremo indicare persone e storie che dicono questa disponibilità a Dio; spesso dovrà essere il nostro modo di procedere ad indicare che siamo risposta ad una chiamata e non imprenditori di noi stessi.

Le dolorose vicende di questi giorni non possono lasciarci indifferenti.
Proprio lì noi riconosciamo che si è spezzata questa circolarità fra la chiamata di Dio e la nostra risposta.
Il pensiero e l’operato di chi è artefice di tante violenze è segno di una vita che si autodetermina inseguendo logiche mondane che nulla hanno a che vedere con la fede.
Dio non chiama alla sopraffazione, alla distruzione, alla visione dell’altro come nemico.
Vivere questa giornata è anche pregare perché ciascuno si fermi ad ascoltare la voce di Dio, la sua chiamata alla fraternità.

Non è difficile immaginare la vita di ciascuno di noi: una sveglia che suona, la scuola o il lavoro che attende, un piccolo indugio e l’essere già in ritardo, l’incalzare di tutti gli appuntamenti e gli impegni che abbiamo immesso nella giornata, quell’incontro piacevole ma per il quale sembra non esserci mai tempo, la sera che incombe con la stanchezza che avanza, l’agognato riposo.

Forse alcuni di noi sono usciti da questo vortice lavorativo, ma il dovere di nonni o di figli di genitori anziani avvolge le nostre giornate; altri troppo in là con gli anni per partecipare ancora a queste corse hanno imparato a convivere con acciacchi, visite mediche e orari scanditi dalle medicine da prendere.

In questo vortice la televisione e i social che, a seconda dell’età, fanno da sfondo alla nostra vita, continuano a propinarci notizie di guerre.

Noi abbiamo finito con l’assuefarci, con il considerarlo normale, inevitabile, con il conviverci cercando di assicurarci che questi rumori non si facciano troppo vicini, arrivando a dire nelle nostre preghiere “grazie perché io non sono là”.

Qualcuno lancia qualche segnale: uno sciopero, un corteo, uno scampanio, un digiuno, … poi tutto torna nei ranghi.

Difficile, davvero difficile comprendere come muoversi.

Intanto non possiamo assuefarci al cinismo dell’ineluttabile, alla scorciatoia del girare canale.

Abbiamo il dovere di lasciarci raggiungere dallo strazio del grido di chi soffre, abbiamo il dovere di non dimenticare ogni conflitto che affligge la terra, anche quelli che la comunicazione nasconde e non dice. E’ questa certamente l’occasione per riscoprire le riviste missionarie, sempre attente a quegli angoli di mondo dimenticati, ma in cui, quotidianamente, i nostri missionari sono in prima fila. La lettura, anche nella forma digitale anziché cartacea, ci tiene desti, ci stimola ad una condivisione reale, nella preghiera e non solo.

Raggiunti da una comunicazione più onesta, meno faziosa o accondiscendente, possiamo evitare un parlare superficiale e banalizzante, smettiamo di porci di fronte ai conflitti come tifosi di una partita di calcio dove si debba schierarsi per l’uno o per l’altro. Noi dobbiamo essere il popolo della pace, che passa dal dialogo, dalla comprensione dell’altro, dalla fatica della convivenza, dalla pazienza dei piccoli passi, dalla forza dirompente dell’amore.

Anche a distanza di kilometri da un conflitto, nutrire una cultura e un’abitudine di vita segnata da logiche di pace è come custodire una foresta che dona ossigeno al mondo intero. Lo sforzo per custodire le foreste siano esse amazzoniche o africane, non è fatica senza benefici per il pianeta intero, così essere oggi impegnati a costruire famiglie, comunità cristiane, città pacificate è donare benessere al mondo intero.

Il nostro arcivescovo ci ha richiamati al dovere della profezia, ricordandoci che essa ci indica che noi non ricaviamo le nostre parole dalla semplice analisi della situazione o dalla paura delle conseguenze per noi, ma dall’ascolto dalla voce dello Spirito, nella consapevolezza che la profezia è impopolare, è assunzione di responsabilità a costo della vita.

Credere alla pace è allora la decisione folle di non rimanere inerti; di trovare e destinare, in una vita piena, del tempo per informarsi e conoscere; di credere nella forza invisibile della preghiera; di porre in essere gesti pacificanti anche laddove ne rimaniamo feriti; …

Anche come comunità cristiana proviamo ad immaginare come aiutarci in questo cammino!

UN INIZIO ... PER LA SANTITA'

Settimana scorsa ci siamo detti che in comunione con tutta la nostra diocesi diamo inizio a questo nuovo anno pastorale lasciandoci suggerire dal nostro vescovo alcune sfide da raccogliere.
Oggi, mentre diamo realmente avvio a questo nuovo anno, siamo nella gioia per il dono di due preti per la nostra comunità: don Luca, fresco fresco di ordinazione, e il più stagionato don Stefano.
Storie di uomini, storia di Dio!
Storie che non possono non essere intrecciate!
L’uomo che cerca Dio, a volte lo fugge, altre volte lo ignora.
Dio che cerca l’uomo, sempre, comunque, ovunque con un amore che non viene mai meno.
Perché Dio cerca l’uomo? Per fare della nostra vita un capolavoro, una vicenda di santità.
La storia di don Luca, di ogni prete, è la vicenda di chi ha scelto di lasciare che la propria esistenza si intrecciasse indissolubilmente a quella di Dio, è storia di un sì pronunciato in risposta ad una chiamata. Un sì nel quale si gioca una vita intera. Detto perché innamorati di Gesù, dell’invito che ci rivolge, affascinati dall’idea che la propria possa essere una vita di santità.
… e mentre pensavo a questa giornata di accoglienza la vita scorreva.
Nel suo scorrere in questi due ultimi giorni la nostra comunità ha visto due coppie di giovani, Enrico e Michela, Valentina e Mattia, pronunciare anche loro un sì, nella gioia del sacramento del matrimonio. Non diversamente che per il prete si tratta di una risposta ad una chiamata, identicamente volta ad offrirci la bellezza della santità.
Come ci si arrivi alla santità dipende dall’intreccio fra la fantasia di Dio e la nostra, ma il punto di arrivo è il medesimo: una vita piena, una vita nella gioia, una vita che si è fatta dono, sempre e comunque.
Se ci voltiamo indietro, giusto di una settimana, in piazza san Pietro, a Roma, due giovani sono stati proclamati santi: Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati. Troppo giovani per aver già pronunciato il loro sì definitivo, tuttavia capaci di una vita tutta tesa a Dio, al bene, inspirata al desiderio di cielo.
E tutti i bimbi battezzati in queste settimane? Tutte piccole creature per le quali Dio desidera ogni bene, una salvezza che ha il sapore della vita eterna, la gloria della santità!
Iniziare un nuovo anno è allora custodire la consapevolezza di essere chiamati a lasciarsi trasformare, perché creature nuove viviamo della e nella santità.
Cammino condiviso con tutti, perché ciascuno percorre in tempi e modi diversi quella stessa strada, tutti chiamati alla pienezza.
Allora ben venuti, don Stefano e don Luca, a camminare insieme a noi guardando a Gesù, imparando da lui, accogliendo la chiamata alla santità!
… e buona strada a tutti noi.