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LEONE XIV

Nel nostro recente pellegrinaggio a Roma non abbiamo potuto pregare in piazza San Pietro con papa Francesco perché allora ricoverato in ospedale. Ci aveva colto in quell’occasione un senso di smarrimento, la percezione di una assenza che ci lasciava un poco orfani.
Abbiamo bisogno di sentirci amati, di voci famigliari che rasserenino anche quando richiamano e rimproverano, di gesti di vicinanza e tutto questo come cattolici è spesso rappresentato dal papa, che guida e accompagna la Chiesa di Dio.
Viviamo una profonda gratitudine per il Padre celeste che davvero non fa mancare ai suoi figli una guida cui rivolgere lo sguardo, una voce verso cui tendere le orecchie.
Si sprecheranno i commenti, i confronti, le ricerche di particolari inediti, curiosi, tutto sarà prezioso per alimentare gli scoop attorno al nuovo papa.
A noi appare un segno meraviglioso che la Chiesa abbia di nuovo una guida, un pastore, un riferimento. Di cui meravigliarsi perché testimonianza certa dell’instancabile cura di Dio per noi, perché manifestazione evidente dell’esistenza di uomini che sono ancora capaci di dire di si.
Questa capacità di stupore che deve contraddistinguerci, si tramuta in atteggiamento interiore e spirituale capace di manifestarsi nelle scelte di vita.
Custodendo nel cuore e nella mente i preziosi insegnamenti di papa Francesco, ancora tutti da rielaborare, interiorizzare e tramutare in agito, siamo invitati ad aprirci al nuovo.
Questa apertura significa ascolto senza precomprensioni, disponibilità a lasciarsi condurre, gioia della scoperta degli infiniti modi con cui Dio ci conduce.
Impariamo a dare spazio al positivo, al nuovo che lo Spirito suscita per un sempre vivo annuncio del vangelo.
Le prime parole del nuovo papa sono state un invito accorato alla pace, a riconoscere in Gesù un ponte fra Dio e gli uomini per essere noi, a nostra volta, presenza di dialogo, incontro e giustizia in tutte le realtà di cui siamo partecipi.
Cerchiamo davvero ciò che unisce e non ciò che divide, anche nel guardare e nell’ascoltare la nostra nuova guida.
Lasciandoci illuminare non possiamo non volgere lo sguardo a Maria in questo mese di maggio con una richiesta speciale: che abbia a cuore il nuovo papa, il suo essere pastore della Chiesa tutta.
Nei rosari che preghiamo in questo mese, nelle nostre case, nei caseggiati e nelle chiese siano un’incessante preghiera che sale a Dio per Maria.
Quante volte papa Francesco a chiesto di pregare per lui, non un vezzo, ma la consapevolezza del bisogno di essere sostenuto, soprattutto in prossimità di eventi, scelte, decisioni delicate o sofferte.
Allora questa abitudine, già di per sé sottolineata dal canone della messa che ci fa pregare ogni giorno per il papa, si rafforza e crea comunione fra tutti noi, vedendoci uniti nella preghiera.
Certo preghiera che si fa tanto più efficace quanto più autenticamente vissuta, preghiera che ci converte, rendendoci docili al soffio dello Spirito.
Buon nuovo inizio a tutta la Chiesa.

Sappiamo bene che era la notte della veglia pasquale quella in cui i catecumeni ricevevano i sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimo, cresima e comunione).
Dopo il lungo tempo di preparazione e l’itinerario quaresimale ricevevano i doni scaturiti dalla Pasqua di Gesù. L’immersione battesimale è partecipazione per grazia alla passione, morte e resurrezione di Gesù, il battezzando moriva alla vita vecchia, segnata dal male e dal peccato, e rinasceva a vita nuova; con l’unzione crismale veniva impresso il sigillo dello Spirito e, reso figlio di Dio, partecipava al banchetto eucaristico per conformarsi, sempre per grazia, a Cristo.
Il rito pasquale conserva i segni di questa prassi antica e, quando ve ne sono, anche oggi i catecumeni adulti è in questa santa notte che ricevono il triplice dono del battesimo, della cresima e della comunione eucaristica.
Ragioni pratiche, pastorali hanno nel corso dei secoli allontanato la Chiesa da questa prassi ed oggi il battesimo avviene in ogni tempo dell’anno, la comunione e la cresima sono differiti nel tempo e collocati in svariati momenti dell’anno liturgico, seguendo più questioni metereologiche e scolastiche che quelle di senso teologico e liturgico.
Tutto questo non può farci dimenticare che i sovrabbondanti doni elargiti da Dio agli uomini nella forma della grazia sacramentale sono tutti frutto della Pasqua di Gesù.
E’ la vittoria di Dio, resa manifesta dalla resurrezione di Gesù, sul potere delle tenebre, sul male, sulla morte, sul suo artefice che ci dà la certezza che i doni di Dio non sono palliativi, placebo, mezzucci, ma grazia efficace, che realmente realizza quanto promesso.
Siamo quindi invitati a guardare alle celebrazioni che caratterizzeranno le prossime settimane non come folcloristiche manifestazioni primaverili, ma come testimonianza concreta dell’inesauribile bontà di Dio che continua ad accompagnare la vita della sua Chiesa.
Dono della Trinità che in questa elargizione generosa è unitamente all’opera e che attraverso questa cura amorevole rende possibile la vita della Chiesa e quindi l’annuncio del Vangelo.
Annuncio che è a sua volta dono per l’umanità tutta, così bisognosa di questo balsamo di vita.
Il guardare deve allora trasformarsi in partecipazione lieta e fidente.
Lieta perché celebriamo la vita, in tutta la sua bellezza, la vita in Cristo!
Fidente perché invocando queste grazie esprime la sua fiducia nell’opera di Dio e implora la disponibilità di ogni cuore umano, affinché lasci alla grazia di poter lavorare dentro di sé.
Accompagniamo con la preghiera, comunitaria e personale, questi momenti: siano essi battesimi, comunioni, matrimoni!
Anche nei rosari e nelle preghiere mariane di questo mese non manchi nelle nostre case l’intercessione affinché coloro che ricevono questi doni se ne lascino veramente plasmare.

Forse i viaggi più lunghi che compiamo
sono quelli che viviamo con la mente,
trasportandoci in mondi che non sono,
inseguendo fantasie che somigliano a fughe.
Tu ci vuoi pellegrini,
uomini e donne, bambini, adulti, anziani
mossi dal desiderio di Dio,
guidati dalla speranza della pienezza del bene.
Non ci fai viandanti insicuri perché incerti della meta,
né ci lasci a brancolare nel buio, privi di riferimenti e indicazioni,
né ci abbandoni provati dalla fatica.
Tu sei presenza,
sei la via stessa da percorrere,
sei la verità che ci viene incontro,
sei la vita da vivere.
Questo pellegrinaggio
è il dono della tua Pasqua:
con essa ci dai la certezza che il nemico è vinto,
la strada si può percorrere,
la meta è realtà.
Signore,
trasforma il nostro vagabondare in pellegrinaggio,
rendi le nostre vite
presenza di eternità nelle quotidianità degli uomini.

GRAZIE, SCUSA

Papa Francesco ci ha indicato tre parole preziose, lo aveva fatto parlando alle famiglie: grazie, scusa e permesso.
Ne voglio riprendere solo due proprio in riferimento a questo momento di Chiesa e alla sua morte.
La prima è, evidentemente, grazie.
Grazie a Dio che non smette di amare la sua Chiesa circondandola di ogni attenzione, certo non per meriti acquisiti sul campo, ma proprio in virtù del suo infinito amore di Padre.
Quello di Dio è un amore gratuito e preveniente che si manifesta anche nell’offrire pastori che accompagnano la Chiesa nelle temperie della storia con mano sapiente.
Così è stato anche in questo scorcio di XXI secolo con il dono del pontificato di Papa Francesco.
Lo Spirito gli ha donato intelligenza per leggere dentro le pieghe della storia e saper suggerire con coraggio, altro dono dello Spirito stesso, processi da avviare in seno alla compagine ecclesiale.
Grazie dunque anche a Papa Francesco che ha saputo ascoltare questa voce e si è lasciato condurre, nonostante e oltre ogni resistenza.
A ciascuno il dovere di pregare il proprio grazie, riconoscendo quelle parole e quei gesti che sono stati e possono continuare ad essere preziosi per il proprio cammino.
Anche noi come piccola Chiesa locale esprimiamo il nostro debito riconoscente: non posso non ricordare che i passi che stiamo cercando di compiere trovano ampia ispirazione nel magistero del nostro Papa.
Proprio questo mi permette di proporre di pronunciare la parola scusa.
Quando si è bambini si cresce facendo propri gli insegnamenti dei genitori ed ho imparato che la più grande gratitudine che si possa esprimere nei loro confronti non consista in smielate parole di omaggio, né in fugaci, per quanto opportuni, grazie, ma in una esistenza che esprima l’interiorizzazione, personalizzata, degli insegnamenti ricevuti.
Così allora quel grazie che vogliamo esprimere a chi ha guidato la Chiesa di Dio, dovrebbe essere rintracciato nell’agito delle comunità e dei singoli fedeli.
Mi sento in dovere di esprimere la mia domanda di perdono per le troppe volte che quelle parole, quegli insegnamenti, quelle esortazioni non hanno trovato spazio nel mio ministero (si dice in questo caso il peccatore e non il peccato!!).
Invito, come piccola Chiesa locale, a riconoscere come la tiepidezza ci abbia spesso caratterizzato, rispetto agli stimoli ricevuti.
Quanta fatica facciamo a metterci in discussione, ad avviare processi come ci aveva chiesto ben dodici anni fa nella sua prima esortazione apostolica.
Quanta distanza da scelte che dicono il riconoscimento di una ecologia integrale, dove rispetto del creato, si coniuga con attenzione al fratello.
Le preghiere di questi giorni trovino eco in una rivisitazione delle nostre scelte perché la nostra vita di Chiesa raccolga la vera eredità lasciata, pronta e disponibile ad accogliere tutto ciò che di nuovo lo Spirito vorrà riservarci nel futuro attraverso il pastore che verrà.

"se Gesù ci apre la vita eterna, vuol dire che ci obbliga a rinunciare alle nostre frontiere tra vita quaggiù e vita nell’aldilà: è la medesima vita. … Sperare è qualcosa di molto concreto: è credere che Dio ci rende capaci di porre degli atti eterni. Che quando ci amiamo, questo amore non è semplicemente un bel sentimento in un oceano di assurdità votato alla morte, ma una finestra che apriamo all’eternità. …” A. Candiard
Tutto questo è simbolicamente e visivamente racchiuso in quella porta collocata nei nostri presbiteri, porta che, aperta, ci dischiude la possibilità dell’incontro con Dio, con l’eterno.
Ad aprire quella porta è Gesù con la sua Pasqua; noi, con il tempo quaresimale, siamo stati invitati a dirigerci verso quella apertura. Questa possibilità, così ben evidenziata dall’anno giubilare, è la fonte della vera speranza, dono e virtù.
Abbiamo cercato di dirci che tutto questo non è vago, e vano, ottimismo, facile irenismo: è grazia e compito.
Abbiamo visto, ascoltato, toccato gesti di speranza, gesti che, come ha scritto Candiard, hanno fatto irrompere l’eterno dentro la storia.
Il flusso di bene, la presenza del Regno di Dio non si è esaurita nella Pasqua di Gesù, da lì trasuda nella vita di tanti uomini e donne che si lasciano attrarre e sperano!
Ciascuno di noi ha intrapreso questo itinerario quaresimale, chi da subito, chi dopo, chi è partito con slancio e si è fermato, chi è inchiodato dalle proprie resistenze, chi si è smarrito … Gesù ci viene incontro, lì dove siamo, così come siamo, per tenderci la mano, essere segno di speranza e offrirci, ancora una volta, la possibilità di credere possibile il bene, il bene sommo, quello che ha il profumo dell’eterno.
Lasciamoci contagiare, entriamo nella settimana santa disposti a stare con Gesù, esprimiamolo con l’impegno ad essere segno di speranza.
Lo strumento che ci è offerto (il foglio da compilare) è una proposta, uno stimolo, un indicarci che è possibile, un offrirci delle indicazioni concrete percorribili, per tutti.
Ci sono scelte di speranza che non possono essere scritte su quel foglio (una famiglia che si apre al dono della vita, per esempio), altre che viviamo altrove, certamente.
Tutti siamo tuttavia invitati a sentirci interpellati, a chiederci quale scelta della nostra vita esprime la nostra fede, la rende visibile, ci fa sentire responsabili del nostro tempo, del mondo che Dio ci ha affidato.
Siamo consapevoli che non si tratta di realizzare il Regno, qui ed ora, ma siamo anche sicuri che è possibile renderlo presente, che gli squarci di eterno che rendiamo possibili siano innegabile aiuto a sperare, per tutti coloro che li vivono e per chi li sa scorgere.
Condividere le scelte, già in atto o da compiere, non è un modo per metterci in mostra, metteremmo al centro noi stessi e non l’Amore, è invece un modo concreto per renderne possibile la realizzazione. Non è il singolo che è segno, noi siamo parte del corpo di Cristo, è in lui e con lui e per lui che possiamo essere segno di speranza. Condividere diventa allora un atto di umiltà, un metterci a disposizione, un lasciarci fare da lui.
Facciamo maturare in noi le intuizioni di questo tempo quaresimale nella settimana santa, così che possano essere espressione della gioia pasquale.