La Catechesi Adulti

Catechesi 2016-17

La proposta formativa di quest’anno è molto variegata e si articola in vari momenti:

  • La catechesi del giovedì sera alle ore 21 in S. Giovanni Bono
  • tre sere di esercizi spirituali per adulti il 21-22-23 novembre alle ore 21 in S. Bernardetta
  • sei incontri di scuola biblica
    • tre nei sabati 7-14-21 gennaio alle ore 18 in SS Nazaro e Celso
    • tre nei sabati 6-13-20 maggio alle ore 18 in SS Nazaro e Celso
  • quattro incontri quaresimali nei venerdì 17-24-31 marzo e 7 aprile alle ore 21 in S. Giovanni Bono
  • tre incontri decanali sulla famiglia alle ore 15.30, il 12 novembre a S. G. Barbarigo, 14 gennaio a S. M. Ausiliatrice e il 1° aprile a S. Rita

 Di seguito i documenti degli incontri:

 

Gesù che prega

CATECHESI 2016-17

Parole e gesti per pregare

venerdì 7 aprile - 4° incontro – Il fascino della preghiera e del dialogo con Dio

Mi è stato chiesto:

Come la preghiera può raccogliere le nostre giornate dissipate, gli stati d’animo, le sfide del quotidiano e del mondo e riportarle alla e nella sequela?

Mi posso definire una manovale della preghiera e vi trasmetto un po’ di esperienza.
Sono una consacrata che alla base della sua stessa esistenza ha posto il suo rapporto con Cristo, che dovrebbe essere alimentato dalla preghiera. Tuttavia sono molto presa dalla concretezza delle situazioni. Nel nostro mondo occidentale siamo andati verso una divisione tra il mondo, il lavoro e quello che è la preghiera come se ci fossero due realtà separate. Andiamo a pregare in chiesa, lavoriamo in ufficio, e ci comportiamo in un certo modo in casa. La preghiera è fuori. Nei nostri giorni c’è questa cesura. I monaci, con San Benedetto, parlavano di “ora et labora”. Per loro queste due dimensioni erano fortemente intrecciate. Ora è molto più difficile.
Come fare quindi?
Come vivere le nostre giornate? Come far calare la preghiera nel quotidiano? Al lavoro? Con gli amici?
Siamo chiamati a vivere un rapporto con il nostro Dio e questo rapporto avviene durante la preghiera e non può essere isolato solo in alcuni momenti e con alcune preghiere formali, ma deve diventare un dialogo continuo, deve essere quello stimolo, quel rapporto, quell’incontro, quell’esperienza continua.. Non possiamo parlare della preghiera come di una cosa avulsa dalla realtà.
Per me la preghiera è un rapporto con qualcuno, un dialogo silenzioso.
Alimentato quotidianamente con del tempo dedicato appositamente mi porta in una dimensione verticale.

Chi può aiutarci a fare questo incontro? A far sì che la preghiera diventi alimento della nostra vita? Quale figura della Trinità ci viene in soccorso per pregare?
Quando Gesù risorge ci affida il dono dello Spirito. Lo Spirito diventa il protagonista e l’aiuto vero e concreto e continuo per il nostro rapporto con Dio.
Esiste la preghiera “esicasta”. E’ la preghiera del cuore, la preghiera continua. Nella tradizione orientale esiste questa forma di preghiera continua. Non è una preghiera molto facile soprattutto nel nostro ambiente. Però non è impossibile. Questo vuol dire che a un certo punto non mi sforzo più di pregare perché la preghiera è dentro di me ed è lo Spirito che prega in me. Mi accorgo di essere in una dimensione di preghiera. Questo è possibile, non è tipico sono di alcune spiritualità o religioni.

In particolare viene in aiuto lo Spirito Santo. Dopo la sua Risurrezione Gesù ha mandato il suo Spirito, fonte della preghiera cristiana. E’ lo spirito che in nome del Signore ispira la preghiera dei cristiani. Leggiamo in Romani 8, 26-27: Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.
Al nostro interno ci capitano situazioni particolari, stanchezze, scoraggiamento, delusione e non sappiamo neanche cosa dire e per che cosa pregare il Signore: lo Spirito Santo ci viene in soccorso. Lo Spirito è una sorta di bussola che ci orienta e ci allinea sul disegno meraviglioso che Dio ha su ciascuno di noi, e anche sui nostri cari. Noi diventiamo, a nostra volta, degli “intercessori”.
Noi siamo fatti da una dimensione verticale ed una orizzontale; la dimensione orizzontale abbraccia l’umanità, è quella che ci fa andare incontro al fratello che ha bisogno, ai miei familiari che sono in difficoltà, alle situazioni che incontro. Ma c’è anche la dimensione verticale e quando la raggiungiamo, quando preghiamo davvero bene, leggiamo in modo diverso anche la dimensione orizzontale, anzi viviamo le situazioni difficili e anche belle in un modo diverso. È come se prendessimo un ascensore, o un aereo: vediamo la nostra casa, la nostra situazione dall’alto e sempre più piccola, ma non vediamo solo quel particolare. La nostra visione si arricchisce di altri particolari. Questo è il frutto della preghiera: andare e incontrarsi con il Signore Gesù.

Come pregare?

Potremmo dire che conosciamo delle preghiere tradizionali come il rosario, o la parola di Dio.
Queste sono delle modalità di preghiera, ma c’è anche un’altra forma di preghiera che non è solo la preghiera tradizionale. Quando dicevamo che la preghiera è il mio rapporto con Dio, è il mio dialogo con lui che mi permette di abbracciare l’umanità, io posso parlare con il Signore. Ma come? Con un allenamento.
Mi alleno come quando si fa dello sport, gradualmente. Per la preghiera è una cosa simile. Mi devo mettere in una condizione favorevole, in cui sia favorito il dialogo e l’incontro con il Signore. È un incontro in cui parlo, chiedo, mi arrabbio. E’ un incontro con una persona. Il Signore Gesù è una persona, non un libro o una filosofia. Allora ci dobbiamo allenare a stare con lui, alla sua presenza, prendendo un luogo, uno spazio fisico, nel silenzio, e invocare lo Spirito Santo. All’inizio sarò preso da mille distrazioni. La prima settimana ci sto cinque minuti, la seconda settimana 10 minuti e così via. Poi ci si prende gusto e quel tempo diventa irrinunciabile. Quel tempo diventa alimento.
Per me il tempo più favorevole è la mattina. All’inizio è stato difficile ma poi mi sono abituata. Alzarsi presto, prima che spunti il sole su tutte le situazioni che dobbiamo affrontare nella giornata.

Come organizzarci? Come pregare?
Ognuno ha un suo mondo, non siamo tutti uguali. Non preoccupiamoci se siamo distratti. Portiamo tutte le nostre distrazioni di fronte al Signore, raccogliamo tutti i nostri pensieri portiamoli davanti al Signore.

BIBBIA

Se facciamo una ricerca nella Bibbia troviamo molte volte nell’Antico Testamento citato il termine preghiera. Sin nei libri più antichi e talora più difficili da comprendere. Come a indicare che sin dalla sua creazione l’uomo ha sempre cercato una relazione con il suo Creatore, una relazione che si è espressa attraverso la preghiera.
La preghiera si presenta con diverse sfumature.
Ci ricordiamo la donna desiderosa di avere figli che parla da sola nel tempio e piange. Sembra un’ubriaca. 1 Samuele 1, 1-ss

C’era un uomo di Ramatàim, un Sufita delle montagne di Èfraim, chiamato Elkanà, (…). Aveva due mogli, l’una chiamata Anna, l’altra Peninnà. Peninnà aveva figli, mentre Anna non ne aveva.
Quest’uomo saliva ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti a Silo, (…).
Venne il giorno in cui Elkanà offrì il sacrificio. Ora egli soleva dare alla moglie Peninnà e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti. Ad Anna invece dava una parte speciale, poiché egli amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo. La sua rivale per giunta l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. Così avveniva ogni anno: mentre saliva alla casa del Signore, quella la mortificava; allora Anna si metteva a piangere e non voleva mangiare. Elkanà, suo marito, le diceva: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?”.
Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. Poi fece questo voto: “Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo”.
Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca.

Come mai nel Nuovo Testamento i discepoli chiedono a Gesù insegnaci a pregare? Non avevano visto i loro padri e nonni pregare? Cosa poteva dire di più Gesù?
Ancora una volta ciò che colpisce è la testimonianza. Quando Gesù tornava da quei silenzi e da quei raccoglimenti era trasformato.
Dopo i 40 giorni nel deserto, dove il diavolo continua a tentarlo, Gesù ne esce rafforzato grazie alla dipendenza totale dal Padre e dalla sua Parola che salva. E i suoi lo vedono.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Evidentemente chi lo accompagnava, chi stava sempre vicino a lui intuiva la forza che acquisiva in quei momenti…
Quando, anche senza dirlo a parole, viviamo un’esperienza di preghiera che ci cambia e ci trasforma e ci dà la forza di affrontare non solo le difficoltà inevitabili del quotidiano ma anche la nostra povertà e incoerenza, ecco allora gli altri lo percepiscono perché è contagiosa, non si può nascondere.
Quanto può operare la nostra povera testimonianza! Anche se fortunatamente il Signore va oltre. 

TESTIMONIANZA NOCETUM

Fascino della preghiera monastica e della preghiera che si fa vita (Sr. Ancilla).
La nostra realtà di Nocetum è nata da un semplice gruppo di preghiera.
Ma dove la preghiera era intensa capace di trasformare anche le pietre.
Non avevamo nulla al di fuori della preghiera.
Dodici anni di preghiera prima di vedere dei frutti.
Nel 2001 incontro con il card. Martini che ci affida la preghiera di intercessione per la città: “siate come Sentinelle nella città, imparate ad accogliere le richieste”.

Ora vorrei fare un piccolo esercizio che ho tratto da un carissimo sacerdote, padre Antonio Gentili, e che si chiama “I doni dello Spirito Santo”. Proviamo ad invocare lo Spirito Santo, visualizzando anche il nostro corpo.
Vi chiedo di chiudere gli occhi e di fare attenzione alla respirazione.
Immaginiamoci la fiamma di Pentecoste che si posava sulla testa dei discepoli in forma di piccole fiammelle.

  • Immaginiamoci una fiamma, che chiamiamo fiamma pentecostale, che si posa sulla sommità del nostro capo ed è portatrice di “sapienza” e ci rende familiari i pensieri di Dio. Sotto la sua azione si radica in noi il senso della Provvidenza divina. Tutto coopera al bene. Quindi possiamo inspirare dicendo: “Spirito di sapienza” ed espirare dicendo “scendi su di me”. Ripetiamolo due volte.
  • Poi questa fiamma scende nella nostra fronte, ossia nella nostra mente. Ora invochiamo il dono dell’”intelletto” ovvero dell’intelligenza spirituale dei misteri della rivelazione cristiana con cui riconosciamo nell’uomo Cristo Gesù il Verbo incarnato nel grembo della vergine Maria, crocifisso, risorto e presente nell’Eucarestia. E anche qui inspirando diciamo: “Spirito di intelletto” ed espirando diciamo “scendi su di me”.
  • Ora immaginiamo che la fiamma siamo all’altezza della bocca e gola. Qui accogliamo il dono spirituale della “scienza”, che dà la conoscenza piena e verace delle leggi che presiedono all’intero creato in modo da promuoverne tutte le potenzialità senza violarne l’ordine impresso dal Creatore. Anche qui inspiriamo dicendo: “Spirito di scienza” ed espiriamo dicendo “scendi su di me”.
  • In questa discesa arriviamo all’altezza del cuore. Visualizziamo il cuore come se fosse avvolto in una vivida fiamma e facciamone il luogo del dono del “consiglio” finalizzato ad illuminarci nelle scelte immediate e a lungo termine attraverso il discernimento spirituale. Inspiriamo dicendo: “Dono del consiglio” ed espiriamo dicendo “scendi su di me”.
  • La fiamma del fuoco prosegue la sua effusione e si posa all’altezza del plesso solare, all’altezza del nostro ombelico. Lo Spirito è portatore di “fortezza” che ci abilita a compiere quei piccoli e grandi eroismi che si impongono per chi accoglie l’invito evangelico fino a puntare sullo straordinario. Inspiriamo dicendo: “Spirito di fortezza” ed espiriamo dicendo: “scendi su di me”.
  • Scendiamo all’altezza delle nostre viscere e lasciamoci compenetrare dallo Spirito di “pietà”, considerando una serie di sentimenti quali misericordia, bontà, umiltà, mitezza, magnanimità, perdono, amore, pace e gratitudine. Ora inspirando diciamo “Spirito di pietà” ed espirando diciamo “scendi su di me”.
  • Arriviamo fino al plesso basale. Il fuoco pentecostale raggiunge il centro basale e infonde il dono del “timore di Dio” in virtù del quale emergerà in noi un’attitudine di rispetto filiale e di devozione amorosa verso il Signore, accompagnata da una salutare trepidazione di fronte a ciò che può dispiacergli e offenderlo. Passeremo in tal modo da timorosi a timorati affrancandoci dalla paura che nasce dal disordine morale e dal peccato con la quale il maligno ci tiene schiavi. Ora inspirando diciamo “Spirito del timore” ed espirando diciamo “scendi su di me”

  

Gloria Mari

Responsabile del Centro Nocetum

Via San Dionigi, 77

20139 Milano

 

Gesù che prega

CATECHESI 2016-17

Parole e gesti per pregare

venerdì 31 marzo - 3° incontro – Preghiera e Psicologia

Questa sera parleremo di preghiera in un modo diverso: parleremo di preghiera e psicologia.

Forse ci chiediamo che rapporto ci può essere tra preghiera e psicologia, dal momento che sembrano due mondi completamente diversi che non ha nulla a che fare tra loro.

Inizio indicando due modi di vedere la realtà entrambi pericolosi:

  • da una parte vedere la religione e la preghiera come qualcosa di disincarnato; si pensa che pregare sia solo questione di spirito e tutto quello che riguarda il nostro corpo e mente non abbia nulla a che fare con la preghiera;
  • dall’altra, in questo tipo di società dove si evidenziano soltanto gli aspetti della mente e del corpo, è avere una visione psicologista dove tutto è soltanto psicologia e i fenomeni spirituali sono visti solo in una chiave biologica, mentale o comportamentale.

Questi due modi di vedere la realtà e la preghiera sono pericolose perché non ci consentono di avvicinarsi in modo equilibrato né alla realtà nè alla preghiera.

Noi, invece, partiamo dal fatto che siamo un tutt’uno: un insieme di corpo, di anima (mente) e di spirito. Questi elementi vanno tenuti insieme. Perciò quando si prega si prega con tutti e tre, non solo con un aspetto. È pericoloso enfatizzare solo un aspetto. Questo vuol dire anche che l’antropologia, le scienze mediche, umane… tutto ha a che fare con l’uomo e quindi anche con la preghiera.

  1. Cosa può dire la psicologia alla preghiera? La psicologia stessa si è interessata al fenomeno preghiera ponendosi delle domande: come può la preghiera far star meglio l’uomo? La preghiera allunga la vita dell’uomo? Per rispondere a queste due domande partiamo dal fatto che, per esperienza, sappiamo che la preghiera è capace di rendere migliore la nostra vita, che pregare ci rende migliori.
    La preghiera rende migliore l’uomo e di conseguenza anche la sua vita. Chi prega entra in un contatto diverso con gli altri, si pone delle domande, si mette in relazione e quindi mette l’uomo in una ricerca che gli permette di migliorarsi, di stare meglio. Gli studi scientifici hanno messo in luce che la pratica religiosa permette di recuperare e potenziare l’equilibrio psicofisico, e questo è molto importante in un tempo come il nostro in cui siamo sempre di corsa, affannati, pieni di stress. La preghiera quindi non solo non è nociva alla salute mentale, ma è di aiuto.
    Alcuni studi dicono il contrario, cioè che la preghiera non serve, è pericolosa. Questa considerazione può valere in alcuni casi ma, a mio parere, non dipende tanto dalla preghiera in sé ma dall’idea che si ha della spiritualità e del rapporto che l’uomo ha con Dio.
    Quando la preghiera può essere veramente di aiuto? Quando c’è un certo tipo di rapporto con Dio.
    Secondo lo psicanalista Jung l’essere umano ha un aspetto religioso fondamentale, non può farne a meno, non si è veramente uomini se non si ha questo aspetto.
    Secondo un altro studioso, Sanguinetti, invece, un’intensa vita spirituale può accompagnarsi a difficoltà psicologiche, può creare un fardello di angosce, scrupoli, sensi di colpa. Possiamo trovare anche nei santi aspetti nevrotici che in generale non sono riusciti a sublimare ma ne sono dominati.
    Allora, la preghiera fa bene o non fa bene? Fa bene se non porta al fanatismo. Se non ci porta a perdere il senso della realtà delle cose. Se non ci porta alla rigidità. Questo lo ricorda spesso anche il Papa, a non essere cristiani rigidi.
    La domanda che possiamo farci è: una spiritualità rigida e intransigente è una visione cristiana o no? Pensando ai Vangeli di Quaresima ci sembra di poter affermare con tranquillità che la visione rigida, quella del fariseo viene condannata da Gesù. Al contrario Gesù ci dona una visione liberatrice del volto del Padre che ci ama profondamente, che ci porta sempre di più a scoprire l’amore, la bellezza della nostra vita e questo è il contrario della rigidità, è flessibilità.
    Dunque non è la preghiera in sé che può essere causa di patologie ma è la visione di fede del credente che può far innescare aspetti patologici.
    Gli studi scientifici pubblicati in questi anni, infatti, ci portano a valutare positivamente la preghiera e l’effetto terapeutico che questa ha. La preghiera infatti ci aiuta ad avere maggiore autocoscienza, a coltivare valori positivi e filantropici, e questo ci porta ad una maggiore libertà interiore. L sola ripetizione delle classiche preghiere (rosario, Ave Maria, Padre Nostro. ecc.), comporta un miglioramento psicologico in quanto ripetizione di parole sempre uguali che contengono un messaggio positivo. Questo rassicura la nostra mente e la nostra vita e produce in noi anche una serie di effetti positivi a livello fisico: il pregare rallenta il battito cardiaco (fa bene al cuore e all’organismo intero), induce il cervello ad uno stato di quiete, liberandolo da preoccupazioni (quindi abbassa lo stress) e rilassa la muscolatura (aiuto a tutti i dolori dati da contratture, rigidità…).
    Pregare, dunque, si può considerare un allenamento per fortificare mente e spirito, come si va in palestra per allenare i muscoli.
    Una ricerca di psicologia svolta in America ha notato che esiste una correlazione tra preghiera comunitaria e diminuzione di episodi di violenza e criminalità nel territorio. Inoltre quella ricerca ha messo in luce che la preghiera produce maggior giovamento sulle donne rispetto agli uomini perché le donne sono più portate all’introspezione, permettendo uno sviluppo di aspetti positivi, compassione, altruismo e amore.
    Sempre in America, nel Massachusetts, nel General Hospital di Boston, Benson ha dedicato 40 anni di lavoro sul rapporto tra preghiera e salute. È riuscito addirittura a scoprire che la preghiera produce effetti benefici a livello genetico, non nel senso che modifica il DNA, ma perché attiva maggiormente alcune sequenze di geni importanti per la salute. In particolare migliora l’attività dei mitocondri, le centraline energetiche delle cellule, provocando maggior produzione di insulina e miglior controllo della glicemia e riduzione della produzione dei radicali liberi ritardando i processi di usura e invecchiamento della persona.
    Altri studi, utilizzando la fisica quantistica, cercano di capire come la preghiera possa produrre trasformazioni, non solo a livello percettivo del vissuto personale o collettivo ma a distanza (a proposito di presunte guarigioni a distanza). Questo non è stato dimostrato, ma è bello vedere come anche secondo alcuni studiosi la preghiera possa unire non soltanto chi è vicino ma permette anche a chi è lontano di sentirsi coinvolto.
  2. Un’altra critica che viene avanzata quando si parla di psicologia e preghiera è che la psicologia si occupa della vita psichica non di quella spirituale, e poi che la psicologia è suddivisa in se stessa in vari rami con teorie differenti.
    Per rispondere a queste due critiche provo a raccontare brevemente come le diverse teorie psicologiche possono dire qualcosa di importante sulla preghiera.
    1. Le teorie psicodinamiche, che studiano i dinamismi intrapsichici, i conflitti inconsci, possono evidenziare nella preghiera la questione del rapporto con la profondità del sé e sulle motivazioni interiori, come la preghiera ha a che fare con gli aspetti più profondi della nostra vita, non è qualcosa di superficiale.
    2. Le teorie comportamentali, che riguardano il comportamento osservabile, sono attente agli atti concreti, ci possono aiutare a vedere l’aspetto più pratico della preghiera, la “caritas”, il servizio concreto verso il prossimo, vedono la prassi della meditazione come rilassamento completo.
    3. Le teorie umanistiche valutano in maniera positiva la natura umana e vedono la tendenza dell’uomo verso l’autorealizzazione, valorizzano la persona, i valori, lo scopo, la possibilità della vita dell’uomo verso fini più elevati. Possiamo vedere tutto questo nella preghiera in quanto ci spinge a diventare sempre più noi stessi, a innalzarci a Dio, a vivere i grandi valori tra cui il perdono e l’aiuto.
  3. A questo punto mi potreste chiedere: ma a noi cosa serve conoscere queste cose della psicologia?
    La pratica spirituale che la psicologia è riuscita maggiormente a studiare è la meditazione, in quanto pratica, esercizio, che permette di andare oltre l’egocentrismo e il razionale, per scoprire un sé più profondo e in armonia col tutto. La meditazione è una pratica presente in tutte le religioni, non solo in quella cristiana e cattolica, in cui sono presenti le seguenti cinque caratteristiche: regolazione del respiro, deprivazione percettiva, attenzione concentrata, postura che facilita la concentrazione, ripetizione cadenzata di espressioni sonore. La meditazione induce nel cervello onde alfa e onde theta, cioè permette di avere una piena avvertenza di quello che sta capitando, di andare in profondità di sé, permette una sincronizzazione dei due emisferi cerebrali … Tutto ciò porta ad un miglioramento psicofisico, un miglioramento relazionale e una dilatazione della coscienza.
  4. Tutto quanto detto finora ci ha permesso di vedere come la psicologia ha guardato e ha studiato la preghiera ma, come ho detto all’inizio, non dobbiamo dimenticare che la preghiera è di più di quanto la psicologia ci possa dire. La preghiera cristiana, infatti, non è solo una pratica per stare meglio ma è il contatto e il dialogo dell’uomo con Dio vivo e presente. La preghiera ci permette di entrare nella sua onda, per comprendere meglio cosa lui ha da dire a noi oggi.
    Questo vuol dire che possiamo usare quanto scoperto dalla psicologia, per aiutarci a pregare sempre meglio. Cosa che già facciamo inconsapevolmente: pensiamo alla preghiera in luoghi silenziosi, non troppo illuminati, con luce di candela, al ripetere parole come “Vieni Signore” “Maranathà”, il ritornello del salmo responsoriale, la ripetizione delle giaculatorie, usare canti ripetitivi come quelli di Taizè.
    Perciò è bello scoprire gli effetti della meditazione sulla nostra salute, ma è bene tenere presente che questi sono effetti collaterali in quanto, non riguardano l’aspetto più importante della meditazione dal momento che, come dicevano i padri del deserto: “noi ci rilassiamo per poter meditare, e non meditiamo per rilassarci”
  5. Per questo vi propongo un esercizio di preghiera da fare partendo dalla “mindfulness”, ovvero la pratica per renderci più consapevoli, per poter vivere più consapevolmente anche la preghiera, perché siamo certi che Dio viene spesso a trovarci ma il problema è che noi spesso non siamo in casa. Perciò abbiamo bisogno di allenarci per entrare in contatto con Dio. Si impara a pregare pregando, allontanandoci da quelle abitudini che non ci permettono più di mettersi in ascolto di Dio.
    • Per cominciare vi porto l’esempio della rana nella pentola: si dice che se si mette una rana in una pentola piena di acqua e la si porta lentamente all’ebollizione, la rana si abitua, non si accorge dell’aumento della temperatura e finisce bollita. Se invece la si immerge in acqua bollente salta via e scappa. Questo ci dice che anche noi corriamo il rischio di abituarci pian pianino a ciò che ci circonda e corriamo il rischio di rimanere bolliti. La preghiera invece è ciò che ci aiuta a vivere, il lievito, il sale della terra, ciò che ci permette di trovare il gusto della vita e che ci dà la forza di vivere la quotidianità.
    • Ora provate a stringere il pugno della mano in modo forte, molto stretto, più chiuso e stretto che potete. Sentite il sangue affluire nella mano. Provate a sentire che emozioni vi porta, lo stato d’animo…, poi lentamente, molto lentamente aprite la mano e godere della differenza, del sollievo. La vita spesso ci chiede di stringere i pugni e di andare avanti, la preghiera ci permette di trovare invece il rilassamento e la gioia, quella forza e quel senso che non siamo noi a darci ma che ci viene da Dio.
    La preghiera, quindi, può essere vissuta in maniera meccanica, una maniera che non ci aiuta all’incontro con Dio e che ci fa perdere tutta la sua bellezza. Ma, quando preghiamo, è anche possibile aumentare la nostra consapevolezza, sviluppare la nostra capacità di attenzione, donarci l’opportunità di essere più presenti nella vita. Preghiera per vivere, per affidarci… Rischio di voler tenere tutto sotto controllo e non affidarci.
  6. Passiamo ora a ragionare sulla preghiera in maniera consapevole con l’apporto della “mindfulness” (consapevolezza). Abbiamo già detto che noi siamo un’unità di corpo-mente e spirito e quindi, quando preghiamo tutto in noi prega
    1. partiamo dal corpo
      • mettiamoci seduti bene… con la schiena ben appoggiata
      • i piedi ben attaccati al pavimento…
      • dobbiamo sentirci bene, comodi…
    2. mettiamoci in contatto con il nostro corpo, nella sua interezza e cerchiamo di connetterci con questo momento presente. Facciamo silenzio per sentire Lui. Teniamo gli occhi chiusi per ascoltare meglio Dio: dobbiamo chiudere l’aspetto visivo per poter vedere Lui. Ora prendiamo consapevolezza del nostro corpo, del suo peso, del suo contatto con il pavimento e della sua posizione nello spazio…
      • sentire tutti i pezzi del corpo partendo dalle dita dei piedi
      • con calma percepire tutto il corpo
      • prendiamo coscienza del nostro corpo, del nostro respiro facendo nostre le parole di Merton quando gli hanno chiesto come pregava lui rispose “prego respirando”. Sentiamo il nostro respiro
      • respiriamo, sentiamo il respiro che fa entrare l’aria e la facciamo uscire… l’aria è vita…
    3. immaginiamo che vicino a noi ci siano delle persone
      • pensiamo alle persone a cui vogliamo bene
      • pensieri positivi
      • allarghiamo a tutti gli esseri viventi, anche a quelli con cui abbiamo delle difficoltà, verso cui sentiamo rancore… …forse sono proprio loro che hanno più bisogno del nostro amore.
    4. possiamo immaginare che tra tutte queste persone una, in particolare, ci vuole bene: è Dio, quel Dio che Gesù ci ha mostrato prima di tutto facendosi lui stesso uomo e invita anche noi a salire sul Monte. Sul monte noi lo seguiamo con gioia col desiderio di ascoltarlo, col desiderio di stargli vicino e di lasciarci amare da lui. Su questo monte Gesù viene interrogato dai suoi discepoli e gli chiedono “Signore insegnaci a pregare” e lui risponde con le parole che conosciamo da sempre.

Padre nostro:

Padre… Tu che sei il papà e la mamma di tutti noi, l’unico amore che tutti ci ha generati

che sei nei cieli:

Padre… Tu che sei infinitamente grande, infinitamente buono, infinitamente tutto

sia santificato il tuo nome:

Padre… Manifesta nel mondo la tua santità, in modo che tutti gli uomini del mondo ti conoscano, ti apprezzino, ti amino. Tu Dio vali molto. Tu sei tu. Facci conoscere ed amare quanto tu vali.

Venga il tuo regno:

Padre… Vieni a regnare su questa terra, viene a governare tu le faccende di questo mondo, in modo che, insieme con te, regnino in mezzo a noi la verità, la giustizia, la pace e l’amore e anche noi possiamo regnare con loro

Sia fatta la tua volontà

come in cielo così in terra

Padre… Realizza Tu in questo mondo tutti i tuoi progetti di salvezza, fa in modo che essi si realizzino perfettamente su questa terra, così come si realizzano in cielo e le cose di questo mondo filino alla perfezione secondo i tuoi pensieri e i tuoi desideri, così come nel cielo scorrono alla perfezione le orbite degli astri

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Papà… Donaci anche oggi il nutrimento dello spirito e del corpo di cui abbiamo bisogno, insegnaci ad affidare a te le nostre necessità, poiché sia il tuo pane a sfamarci

Rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Sì Papà… Perdonaci tutte le nostre mancanze, aiutaci a perdonare in modo che anche noi impariamo a perdonare coloro che ci fanno del male

E non ci indurre in tentazione

ma liberaci dal male

Padre… Risparmiaci, per quanto possibile l’esperienza della prova, anzi, liberaci dall’assedio del male

Ora possiamo discendere dal monte portando con noi come tesoro le parole che abbiamo sentito da Gesù, quelle parole di amore, quelle parole che ci permettono di avere un rapporto con Dio unico e speciale. C’è la gioia di sentirci amati che vogliamo custodire nel cuore, la gioia di essere amati da Dio, dagli altri, da noi stessi… Con il cuore colmo di questa gioia sentiamo che stiamo camminando insieme e che Dio è sempre con noi.

Allora nasce il desiderio di fare nostra la preghiera che Gesù ci ha insegnato e quindi aprendo gli occhi con calma, dando la mano i nostri vicini, insieme, con calma e gioia diciamo la preghiera che Gesù ci ha donato:

Padre Nostro…”

CATECHESI 2016-17

Parole e gesti per pregare

venerdì 24 marzo - 2° incontro – La preghiera di Tobia: dal risentimento alla benedizione

Questa sera, per introdurre il tema della preghiera, propongo due brani tratti dal libro di Tobia. Il capitolo 3 e il capitolo 13.

(Noi conosciamo il cantico di Tobia al capitolo 13. Del capitolo 13, però, spesso si saltano le parti più problematiche come il versetto 14 con le sue maledizioni, come se nella nostra vita non ci capitasse mai di benedire qualcuno e di mandare all’inferno qualcun altro. Tobia era un tipo molto umano e scorrendo il capitolo 13 non si arriva alla benedizione come prima preghiera. Occorre fare un lungo cammino prima di arrivarci.)

Spero che conosciate la storia di Tobia che sarebbe più corretto chiamare Tobi, in quanto Tobia era il nome di suo figlio. È la storia di un ebreo, un uomo giusto che vive in esilio a Ninive. Le sue fortune sono alterne. Noi lo incrociamo nel capitolo 3 in una condizione di vita problematica. Per capire la sua situazione ricordiamo la finale del capitolo 2 nel quale si presenta Tobia e la sua famiglia mentre stanno celebrando la festa di Pentecoste.

Per la nostra festa di Pentecoste, cioè la festa delle Settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: 2la tavola era imbandita di molte vivande. Dissi al figlio Tobia: «Figlio mio, va', e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. Io resto ad aspettare che tu ritorni, figlio mio». 3Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: «Padre!». Gli risposi: «Ebbene, figlio mio?». «Padre - riprese - uno della nostra gente è stato ucciso e gettato nella piazza; l'hanno strangolato un momento fa». 4Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l'uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. 5Ritornai, mi lavai e mangiai con tristezza, 6ricordando le parole del profeta Amos su Betel:

«Si cambieranno le vostre feste in lutto,
tutti i vostri canti in lamento».

7E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii.

Secondo la legge ebraica, se una persona toccava un cadavere non poteva più celebrare la festa.

(A questo proposito ricordiamo l’episodio ricordato dal vangelo in cui Nicodemo, uno dei maestri della legge, il quale sapeva che se decideva di prendersi cura del cadavere di Gesù non avrebbe potuto celebrare la Pasqua, la più grande delle feste. Nicodemo, però, fa una scelta coraggiosa a favore di Gesù.)

Tobia fa proprio questo: udita la notizia che gli porta suo figlio abbandona la festa, va a nascondere il cadavere per poterlo seppellire il giorno dopo, e piange. Come reagisce la gente di fronte a questo comportamento da uomo giusto? Di fronte a questo suo impegno a mettere in atto una delle opere di misericordia? (Seppellire i morti è più importante dell’osservanza della legge.)

8I miei vicini mi deridevano dicendo: «Non ha più paura! Proprio per questo motivo lo hanno già ricercato per ucciderlo. È dovuto fuggire e ora eccolo di nuovo a seppellire i morti».

(Non si fa fatica a leggere nella vicenda di Tobia anche alcuni aspetti della vita di Gesù, dei suoi discepoli e della vita stessa di Nicodemo che viene deriso per aver difeso Gesù.)

Ma le disgrazie di Tobia non finiscono qui.

9Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile. Per il caldo che c'era tenevo la faccia scoperta, 10ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto.

Ciò che fa soffrire Tobia non è solo una malattia di tipo fisico ma è la fatica di stare al mondo. Tobia ha timore che il futuro gli riserverà delle cose difficili e dure. Diventare cieco è quasi come un tirarsi fuori dal mondo, essere escluso. Ma sembra che Tobia a sua volta si ritiri arrabbiato con il mondo, forse arrabbiato anche con Dio che permette tutte queste cose.

11In quel tempo mia moglie Anna lavorava a domicilio, 12tessendo la lana che rimandava poi ai padroni, ricevendone la paga. Ora nel settimo giorno del mese di Distro, quando tagliò il pezzo che aveva tessuto e lo mandò ai padroni, essi, oltre la mercede completa, le fecero dono di un capretto da mangiare. 13Quando il capretto entrò in casa mia, si mise a belare. Chiamai allora mia moglie e le dissi: «Da dove viene questo capretto? Non sarà stato rubato? Restituiscilo ai padroni, poiché non abbiamo nessun diritto di mangiare una cosa rubata». 14Ella mi disse: «Mi è stato dato in più del salario». Ma io non le credevo e le ripetevo di restituirlo ai padroni e per questo mi vergognavo di lei. Allora per tutta risposta mi disse: «Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene da come sei ridotto!».

Tobia ha l’animo rattristato e rattrista tutti quelli che gli stanno intorno. Non vede più niente di buono. La sua cecità è simbolica. Ormai Tobia è chiuso al bene. Anche una cosa buona gli sembra cattiva. Quando si è un po’ tesi, arrabbiati col mondo, ce la prendiamo con chi ci sta più vicino; Tobia se la prende con la moglie e questa gli risponde per le rime. Nella risposta della moglie forse troviamo anche quello che pensa Tobia: “ma a cosa mi sono servite tutte le mie buone opere? Perché sono stato giusto? Ho rischiato la vita per un’opera di misericordia valeva la pena che mo prendessi cura dei miei fratelli nella fede se adesso loro mi deridono?”

Il cuore di Tobia è un cuore “ri-sentito”. Il “ri” dice il fatto che noi su certe cose ci torniamo continuamente, facciamo fatica a digerirle; ci dimentichiamo tante cose della vita ma i torti subiti facciamo grandissima fatica a dimenticarli. Tobia si sente come uno che ha subito dei torti e ultimamente li ha subiti da Dio ma non ha il coraggio di dire questa cosa a Dio in modo esplicito, lo dice alla moglie in modo indiretto.

Arriviamo al capitolo 3:

1 Con l'animo affranto dal dolore, sospirai e piansi. Poi iniziai questa preghiera di lamento: 2«Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. 3Ora, Signore, ricordati di me e guardami.

Io non posso guardarti, sono diventato cieco, non ti vedo più, anche mia moglie ce l’ha con me, non vedo più neanche me stesso.

Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. 4Violando i tuoi comandamenti, abbiamo peccato davanti a te. Ci hai consegnato al saccheggio; ci hai abbandonato alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. 5Ora, quando mi tratti secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi comandamenti, camminando davanti a te nella verità. 6Agisci pure ora come meglio ti piace; da' ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. Gli insulti bugiardi che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia liberato da questa prova; fa' che io parta verso la dimora eterna. Signore, non distogliere da me il tuo volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia, e così non sentirmi più insultare!».

Ci sono almeno due modi di leggere questa preghiera.

Alcuni sottolineano il fatto che, nonostante tutto, Tobia si rivolge ancora a Dio. Altri invece ritengono che, nonostante si rivolga a Dio, Tobia in realtà non ha più grande fiducia in Dio. Io propendo per questa seconda opzione, anche se sono un po’ solitario nel leggerla così. Secondo me, più di una volta Tobia chiede di morire un po’ perché è un castigo che ci siamo meritati in quanto peccatori, però se questo castigo è dato da Dio….

A volte noi facciamo una preghiera nella quale cerchiamo di salvare Dio perché non abbiamo il coraggio di protestare ma, in realtà, questo modo di pregare dimostra che non ci crediamo e preferiamo morire piuttosto che vivere. Anche noi finiamo per dire come Tobia “Questa vita che tu mi hai dato non vale la pena, non è una vita”. E, proprio perché ci reputiamo giusti, non abbiamo coraggio di protestare con Dio, anzi continuiamo a dire: 2«Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere.

Tobia pensa: “Ma dove sono giuste queste opere? Mi prendono in giro, anche mia moglie mi deride.”

La verità vi farà liberi, dice Gesù. Ma a volte la verità è dura, perché noi abbiamo i nostri schemi anche su Dio, non siamo così coraggiosi da avere una preghiera profondamente umana, come quella di Giobbe. Ricordate come finisce il libro di Giobbe? Dopo che Giobbe era arrivato ad essere accusato di bestemmia, Dio stesso interviene e dice: 7Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz di Teman: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe.

Tobia ha paura di dire cose non rette secondo lo schema che ha di Dio, ma Dio non ha bisogno di essere difeso da Tobia, non ha bisogno di sentirsi dire che è giusto se pensiamo che non lo sia. E’ meglio dire che quello che ci capita non è giusto, se è così che lo sentiamo. È meglio che diciamo che questa cosa non mi quadra… non è giusto… In questa affermazione c’è qualcosa di molto più originario, vuol dire che ho dentro di me la capacità di dire riguardo ad una situazione che non va bene, e lo dico perché Dio ha messo dentro di me un desiderio profondo di vita. In qualche modo se io dico che una cosa va bene, mentre non è così, tradisco Dio, tradisco il fatto che lui mi ha messo dentro questo desiderio profondo di bene e io devo essere fedele a questo, non agli schemi che ci siamo dati noi su Dio. A volte chi difende Dio è disposto a sacrificare i fratelli, i figli, i genitori…

È vero, il Signore è il Signore della storia, il Signore non ha messo dentro di noi inutilmente il desiderio di vita, è vero che la sua è una promessa di vita e se non la sradichiamo, magari con gli occhi chiusi, siamo condotti a vedere le grandi opere di Dio.

Il resto del libro di Tobia è il racconto del figlio che si mette in viaggio, trova moglie che viene liberata da una sorta di maledizione, grazie ad un angelo, Raffaele che significa “Dio cura, Dio si prende cura, Dio guarisce”. Alla fine Dio guarisce anche Tobia. Tobia riacquista la vista e soprattutto comincia a guardare le cose in un altro modo, perché questa è il frutto dell’azione di Dio.

Così, quando sembra che in Tobia si spenga il desiderio di vita, Dio gli mette davanti le occasioni perché il desiderio di vita si risvegli. Il figlio si sposa con Sara, hanno un figlio: c’è un futuro che diventa anche possibilità di godere della vita, per Tobia, per Sara, per tutta la famiglia.

Così Tobia esce da risentimento, dalla paura. Al termine di tutto Tobia ritorna a gioire della vita e nasce la preghiera del capitolo 13

1 Allora Tobi disse:
2«Benedetto Dio che vive in eterno,
benedetto il suo regno;
egli castiga e ha compassione,
fa scendere agli inferi, nelle profondità della terra,
e fa risalire dalla grande perdizione:
nessuno sfugge alla sua mano.

Questa volta quello che Tobia dice è vero perché lo ha sperimentato. Era sceso nella profondità degli inferi dove non c’è più nessun gusto per la vita, ma è stato tirato fuori. Non si è tirato fuori da solo ma Dio lo ha tirato fuori attraverso la storia del figlio e della nuora che diventa la sua stessa storia. I primi 9 versetti ci presentano Dio come Signore della storia, e gioca molto sul rapporto castigo/compassione. (v. 2, v. 5 e alla fine del v. 10)

3Lodatelo, figli d'Israele, davanti alle nazioni,
perché in mezzo ad esse egli vi ha disperso
4e qui vi ha fatto vedere la sua grandezza;
date gloria a lui davanti a ogni vivente,
poiché è lui il nostro Signore, il nostro Dio,
lui il nostro Padre, Dio per tutti i secoli.
5Vi castiga per le vostre iniquità,
ma avrà compassione di tutti voi
e vi radunerà da tutte le nazioni,
fra le quali siete stati dispersi.

Tobia cerca di darsi una spiegazione di come avvengono le cose. Ora l’accento non è più sul castigo, Tobia ha il coraggio di riconoscerlo, l’accento è sulla compassione. Perciò la sua benedizione a Dio diventa anche un invito alla lode (v. 3). La benedizione e la lode sono possibili perché Dio lo ha tirato fuori dal suo risentimento, l’ha guarito e gli ha aperto finalmente gli occhi e vede che Dio è duro ma è infinitamente misericordioso (castiga fino alla terza e alla quarta generazione ma è misericordioso fino alla millesima generazione, Esodo.). Il problema è che noi, se va bene, vediamo la terza e la quarta generazione e rischiamo di vedere solo il castigo. Noi non abbiamo una vista tale da farci vedere la compassione e la misericordia oltre la millesima generazione. La rilettura della storia serve a farci capire qual è il modo di agire di Dio.

C’è un modo comune di leggere le cose. (v.6)

6Quando vi sarete convertiti a lui
con tutto il cuore e con tutta l'anima
per fare ciò che è giusto davanti a lui,
allora egli ritornerà a voi
e non vi nasconderà più il suo volto.

Ma già nell’Antico Testamento c’è un altro modo. Se Dio aspettasse che noi torniamo a lui, potrebbe aspettare invano, (libro di Osea). Visto che noi non cambiamo, è cambiato Dio, si è convertito Lui e ha deciso di perdonarci prima. La dinamica non è più peccato-pentimento-perdono ma è peccato-perdono perché tu ti possa convertire. E’ la parabola del figliol prodigo: quando il figlio torna non è ancora convertito, torna perché ha fame. Il padre lo tratta da figlio perché impari che è figlio, così come tratta il figlio maggiore perché impari ad essere figlio e fratello. Così fa Gesù e così il papa Francesco continua a dirci: il Signore perdona perché noi ci convertiamo, cambia prima lui.

Tobia non c’è ancora arrivato, la rivelazione è storica, si impara un po’ alla volta. Dopo avere sperimentato che Dio guarisce e ti restituisce alla gioia della vita tu cosa fai?

7Ora guardate quello che ha fatto per voi
e ringraziatelo con tutta la voce;
benedite il Signore che è giusto
e date gloria al re dei secoli.

Benedici e lodi anche se sei in esilio e anche l’esilio diventa occasione di testimonianza.

8Io gli do lode nel paese del mio esilio
e manifesto la sua forza e la sua grandezza
a un popolo di peccatori.
Convertitevi, o peccatori,
e fate ciò che è giusto davanti a lui;
chissà che non torni ad amarvi
e ad avere compassione di voi.

9Io esalto il mio Dio,
l'anima mia celebra il re del cielo
ed esulta per la sua grandezza.

L’esilio che era considerato una disgrazia - la dispersione, la diaspora da Gerusalemme - diventa occasione di annuncio perché si può vedere nei giusti la qualità del loro Dio.

(Questo è avvenuto anche all’inizio della Chiesa. Le persecuzioni a Gerusalemme obbligarono i cristiani ad andarsene e questo diventò occasione di annuncio ai pagani.)

L’esilio, allora, lo devi leggere come un castigo, come una disgrazia? L’insegnamento è: in qualunque situazione tu sei, guarda il bene che puoi fare, non rattristarti se intorno a te pochi capiscono, se sei preso in giro per questo, chiedi al Signore la grazia di credere fermamente che la sua parola è una parola di vita e, se tu la vivi, questa è fonte di vita anche per te.

Non è sempre facile, evidentemente: la storia di Tobia ce lo racconta. Ma se questo non avviene si diventa duri, risentiti e non si vede più il bene che c’è intorno a noi e anche le cose buone diventano cattive. Anche tua moglie non è più una persona di cui ti fidi.

I versetti dal 10 al 18 sono un sogno su Gerusalemme, con un invito all’inizio a dar lode.

10 Tutti ne parlino
e diano lode a lui in Gerusalemme.
Gerusalemme, città santa,
egli ti castiga per le opere dei tuoi figli,
ma avrà ancora pietà per i figli dei giusti.

11Da' lode degnamente al Signore
e benedici il re dei secoli;
egli ricostruirà in te il suo tempio con gioia,
12per allietare in te tutti i deportati
e per amare in te tutti gli sventurati,
per tutte le generazioni future.
13Una luce splendida brillerà sino ai confini della terra:
nazioni numerose verranno a te da lontano,
gli abitanti di tutti i confini della terra
verranno verso la dimora del tuo santo nome,
portando in mano i doni per il re del cielo.
Generazioni e generazioni esprimeranno in te l'esultanza
e il nome della città eletta durerà per le generazioni future.
14Maledetti tutti quelli che ti insultano!
Maledetti tutti quelli che ti distruggono,
che demoliscono le tue mura,
rovinano le tue torri
e incendiano le tue abitazioni!
Ma benedetti per sempre tutti quelli che ti temono.
15Sorgi ed esulta per i figli dei giusti,
tutti presso di te si raduneranno
e benediranno il Signore dei secoli.
Beati coloro che ti amano,
beati coloro che esulteranno per la tua pace.
16Beati coloro che avranno pianto per le tue sventure:
gioiranno per te e vedranno tutta la tua gioia per sempre.

Quando Tobia canta questo cantico, Gerusalemme è una città in rovina. Quello di Tobia, quindi, è un sogno fondato sulle promesse di Dio. La nuova Gerusalemme, che a noi fa venire in mente il libro dell’Apocalisse, non sarà opera di uomini ma opera di Dio, di un Dio fedele che ha scelto Gerusalemme e che non cambia idea, come ha scelto ciascuno di noi e non cambia idea.

Ha scelto ciascuno di noi e non cambia idea. Come nella parabola del figlio prodigo, non è vero che se tu te ne vai e sprechi tutti i soldi che tuo padre ti ha dato, lui non ti considera più figlio. E’ vero al contrario che anche se tu non ti consideri più figlio, lui continua a considerarsi padre e a considerarti figlio.

La promessa di Dio su Gerusalemme è una promessa che non viene meno, ma non è solo su Gerusalemme: ogni giusto in qualunque parte del mondo può essere un segno di Dio come Tobia guarito che passa dal risentimento alla benedizione. Così Gerusalemme in mezzo alle nazioni può essere segno di un Dio che la resuscita anche dalle rovine. La Gerusalemme che nasce qui è piccola cosa, però è un inizio e sarà un segno.

Comprendiamo allora il perché di questa parte così lunga su Gerusalemme, sulla benedizione, sull’invito ad amare Gerusalemme, sulle grandi immagini usate per descrivere questa città. Gerusalemme è la città della pace; il fatto che ritorni grande per opera di Dio, e che tu riconosca questa grandezza, vuol dire la possibilità per tutti i popoli di una pace reale.

Questa città è costruita in un modo straordinario, come la Gerusalemme dell’Apocalisse, ha caratteristiche che dicono la sua grandezza, la sua bellezza, le porte, le mura… Non è mai stata così Gerusalemme, evidentemente.

Anima mia, benedici il Signore, il grande re,
17perché Gerusalemme sarà ricostruita
come città della sua dimora per sempre.
Beato sarò io, se rimarrà un resto della mia discendenza
per vedere la tua gloria e dare lode al re del cielo.
Le porte di Gerusalemme saranno ricostruite
con zaffiro e con smeraldo
e tutte le sue mura con pietre preziose.
Le torri di Gerusalemme saranno ricostruite con oro
e i loro baluardi con oro purissimo.
Le strade di Gerusalemme saranno lastricate
con turchese e pietra di Ofir.

18Le porte di Gerusalemme risuoneranno di canti di esultanza,
e in tutte le sue case canteranno: «Alleluia!
Benedetto il Dio d'Israele
e benedetti coloro che benedicono il suo santo nome
nei secoli e per sempre!»».

Potremmo dire: ciascuno di noi è chiamato ad una preghiera che sia capace di elaborare anche il negativo, anche le contraddizioni della vita. Una preghiera che sia un reale affidamento a Dio, magari anche una lite con Dio, dove lasciamo venire a galla il risentimento e ci lasciamo guardare dal Signore. Nella misura in cui facciamo questo possiamo diventare anche noi benedizione. Qui la benedizione viene cantata innanzitutto per Gerusalemme, ma ogni giusto, ognuno che sa fare questo lavoro, che sa vivere il bene nonostante tutto e in qualunque situazione, che lo sa cercare, è davvero una benedizione, così come una città che sia testimonianza della fedeltà di Dio e del suo perdono diventa realmente città della pace.

In che senso questi due testi possono essere un invito alla preghiera?

  • Innanzitutto sono un invito una preghiera sincera. Diciamo a Dio quello che abbiamo nel cuore senza paura, anche perché tirandolo fuori già perde gran parte della sua bruttezza. Cerchiamo di non fare delle preghiere che siano un “lucidare” Dio, che non ha bisogno di essere lucidato da noi. Facciamo delle preghiere che leggano la nostra vita così come è, che dicano a Dio quello che siamo, quello che vediamo e lasciamoci dire da lui qual è l’atteggiamento giusto. E per essere sincera la nostra preghiera deve confrontarsi con quella di Gesù. Come era la preghiera di Gesù? Come è stata la preghiera di Gesù nel Getsemani? Qual è stata la preghiera che Gesù ci ha insegnato?
  • La seconda cosa riguarda un amore per la Chiesa simile all’amore che Tobia ha per Gerusalemme, ricordando che, prima ancora che fatta da noi, la Chiesa è fatta dall’opera dello Spirito di Gesù. Come diciamo nell’Eucaristia: “Non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa”. (Noi invece spesso diciamo: guarda a me che sono bravo e non ai peccati della tua Chiesa, diciamo il contrario, abbiamo sempre obiezioni per tutto e per tutti.)
    Desiderare il bene della Chiesa, secondo il cuore di Gesù, vuol dire anche desiderare il bene di questo mondo, perché vuol dire desiderare il bene di una comunità che si sa amata non perché è brava ma perché il Signore ci vuole bene e noi abbiamo bisogno di essere voluti bene.
    Non so se abbiamo l’abitudine di pregare per la Chiesa, di pregare vedendo la bellezza della Chiesa nonostante che non tutto nella Chiesa sia sempre bello. Non dobbiamo chiudere gli occhi in nessun senso. La Chiesa è Santa e immacolata per grazia del Signore, certo, però anche per la fatica che ciascuno fa per cogliere il dono del Signore.

Concludendo, il mio invito è soprattutto ad una preghiera sincera, che ci aiuti a guarire dal rischio, che a volte corriamo di fronte alle cose sbagliate che ci sono nel mondo, di essere risentiti, perché il risentimento non porta da nessuna parte, non fa bene a nessuno, non fa bene al nostro fegato, non fa bene agli altri.

Il secondo invito è a considerare la possibilità di una preghiera che legga la storia come abitata da Dio, dove anche le cose storte non sono segno che Dio non c’è, ma sono l’occasione per chiedere con più insistenza a Dio che, anche attraverso di noi, faccia il bene che può.

CATECHESI 2016-17

Parole e gesti per pregare

venerdì 17 marzo - 1° incontro – "Or dunque - parola del Signore - ritornate a me con tutto il cuore" Gioele 2,12

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